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lunedì, Luglio 15, 2024

Il revisionismo storico ucraino e il giustificazionismo verso i filo-nazisti nella seconda guerra mondiale (Andrea Braschayko)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

La re-istituzionalizzazione dei combattenti filonazisti nella diaspora e la sua influenza sull’Ucraina contemporanea

La storiografia ucraina post-sovietica ha a lungo dibattuto sulla categorizzazione dei movimenti OUN-UPA e degli altri battaglioni ancor più legati con i vertici militari nazisti durante la Seconda guerra mondiale. L’indecisione è stata pesantemente influenzata dal revisionismo di una parte della scuola dell’Ucraina occidentale e della diaspora nordamericana, che ha teso a ripulire gli elementi controversi e di aperta adesione ai principi fascisti e nazional-socialisti dell’OUN in seguito al 1941, presunto momento della svolta ideologica del nazionalismo galiziano, per martirizzarne il percorso militare e ideologico.

La diaspora negli Stati Uniti e in Canada ha avuto un ruolo chiave in questo processo di revisionismo e ri-significazione. Nel contesto della Guerra Fredda, si decise di puntare lo sguardo unicamente sulla lotta antisovietica a oltranza dei combattenti più o meno integrati nella Wermacht (soprattutto per ciò che riguardava l’UPA, piuttosto che le SS Galizia stesse), e sulle domande di auto-determinazione per l’Ucraina, che in seguito al 1945 ricevevano inevitabili simpatie in Occidente, in modo simile a quelle dei Fratelli della foresta nei paesi baltici.

Una parte della diaspora ucraina (prevalentemente galiziana) in Canada e Stati Uniti costituì l’ossatura della storiografia ucraina durante il periodo sovietico, durante il quale scoperchiare il vaso di Pandora della storia ucraina era talvolta sconsigliato e più spesso proibito. In seguito all’oblio memoriale sovietico e alla svalutazione della qualità della sua produzione storiografica, i miti della diaspora furono “ri-esportati in Ucraina in seguito al 1991” come ha scritto brillantemente lo storico svedese Per Anders Rudling, fra i maggiori esperti continentali di nazionalismi dell’Europa orientale.

Il numero due dell’OUN e vice di Bandera, Yaroslav Stets’ko, fu il capo permanente dell’Anti-Bolshevik Bloc of Nations (ABN), e uno dei membri fondatori della World Anti-Communist League (WACL) istituita nel 1966 a Taipei. Sebbene Stet’sko abbia sostenuto la Germania nazista nella proclamazione d’indipendenza ucraina il 30 giugno 1941 accompagnando le truppe naziste a Leopoli e si fosse spinto a dichiarare, già due anni prima, come gli ucraini fossero “il primo popolo in Europa a comprendere l’opera di corruzione degli ebrei”, verrà riabilitato nel dopoguerra.

Nel luglio del 1983 Stets’ko verrà persino accolto, seppur fugacemente, alla Casa Bianca dal presidente statunitense Ronald Reagan e dal suo vice George W. Bush come “l’ultimo primo ministro di uno stato ucraino libero”. Stets’ko fu pure tra i promotori della Captive Nations Week, un’iniziativa su base annuale del governo statunitense per dimostrare la solidarietà con i popoli vittime dei regimi autoritari, nell’alveo di un più ampio coinvolgimento del Partito repubblicano americano con i collaborazionisti europei in ottica anti-sovietica.

In modo ancor più problematico, sulla questione del collaborazionismo ucraino nella Seconda guerra mondiale “molti libri sono stati scritti da veterani dell’OUN, UPA e delle Waffen-SS Galizien, alcuni dei quali diventarono professori nelle università occidentali”scrive Rossoliński-Liebee, mentre il ruolo dell’OUN-UPA nei massacri di ebrei e polacchi è spesso stato rappresentato come frutto unicamente della propaganda sovietica, quando non vere e proprie operazioni “false flag” degli agenti dell’NKVD allo scopo di delegittimare il sostegno popolare verso l’UPA e i reparti collaborazionisti, che in realtà – secondo l’unanimità degli storici – era generalmente terrore e paura di rimostranze.

La memoria politicizzata di una parte diaspora ucraina e degli ultranazionalisti ucraini attorno all’OUN-UPA e alla SS Galizia, è stata giustificata nell’opinione pubblica per la loro presunta azione di difesa dei confini ucraini dai bolscevichi, e la circostanza per cui le azioni di guerra delle divisioni ucraini non sarebbero state configurate come crimini di guerra dal tribunale di Norimberga, sebbene quest’ultimo abbia definito la SS Galizia come un’organizzazione criminale.

Grazie a un’intercessione del Vaticano, i collaborazionisti che si erano dimostrati anti-comunisti e professanti la fede cattolica vennero risparmiati dal rimpatrio in Unione Sovietica, e vennero trasferiti in diversi paesi occidentali, in una piccola operazione ODESSA est-europea, che coinvolse pure polacchi, baltici, cecoslovacchi e ungheresi. Il loro ingresso era peraltro proibito negli Stati Uniti e in Canada; in molti casi i britannici non informarono fino in fondo le autorità dei paesi di arrivo del coinvolgimento fattuale di quest’ultimi con le autorità naziste: lo stesso Hunka aveva soggiornato alcuni anni in Gran Bretagna, prima di stabilirsi in Canada.

In ogni caso, il Canada ha sempre evitato di condannare gli ex collaborazionisti attraverso il prisma della responsabilità collettiva; aver fatto parte delle Waffen SS non costituisce reato per la giustizia canadese, che ha permesso pure di instaurare un paio di monumenti alla memoria della divisione sul proprio territorio. Questa situazione favorevole ha spinto molti discendenti delle famiglie fuggite dalla controffensiva sovietica a negare l’evidenza rispetto al proprio passato. È il caso, ad esempio, della ministra delle Finanze canadese Chrystia Freeland, che per anni ha negato il ruolo del nonno materno ucraino come propagandista anti-semita nel giornale Krakivski Visti, svolto durante l’occupazione e instaurazione del Governatorato generale in Polonia.

Con le controverse leggi di decomunistizzazione del 2015 lo Stato ucraino, nel proibire la simbologia e propaganda comunista, l’ha equiparata a quella nazista, proibendo pure i richiami a quest’ultima. Tuttavia, sono rimaste delle zone grigie controverse, come la tolleranza, in seguito a lunga diatriba legale, verso i simboli collegati ai reparti delle SS Galizia. Quest’ultimi sono stati esposti pure in una marcia dedicata alla memoria del reparto nazista a Kyiv nell’aprile 2021

Episodi come quello di Jaroslav Hunka dello scorso venerdì, oltre a denigrare l’immagine del parlamento canadese, stereotipizzano l’immagine della stessa diaspora ucraina in Canada, sebbene Katchanovski, il professore che ha “smascherato” il passato Hunka, dimostri come essa non costituisca di certo un amalgama memoriale e identitario omogeneo, di cui quella giustificazionista della parentesi nazista, sommariamente liquidata come anti-bolscevica e patriottica, è solo una parte.

(…)

Sette milioni di ucraini combatterono per l’Armata Rossa e la sconfitta del nazismo, e quasi altrettanti ucraini, compresi i civili, morirono durante la prima metà degli anni ’40: solamente i bielorussi, in proporzione alla popolazione, subirono perdite più gravi.

Una narrazione etno-nazionalista e perennialista di una presunta “guerra secolare” combattuta fra ucraini e russi, inevitabilmente rinforzata dall’odio post-invasione, rischia di distorcere la verità di fondo della storia d’Ucraina. 

Andrea Braschayko, 2 Oct 2023

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