venerdì, Febbraio 23, 2024

Pacem in terris, leggetela oggi (E. Mazzi)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

L’enciclica “Pacem in terris” fu promulgata l’11 aprile 1963. Questi quarant’anni sono densi come fossero quattrocento. C’è di mezzo il Concilio, il ’68, il disgelo, le
guerre di “bassa intensità”, il pontificato polacco, la caduta del comunismo, la globalizzazione liberista e le sue feroci guerre. E c’è questa orrida erezione dell’arco
di trionfo imperiale per la vittoria in Iraq, vittoria avvelenata che defrauda i costruttori di pace della speranza nuova che si sarebbe potuta aprire con il crollo di una feroce dittatura, se il regime di Saddam fosse caduto, com’era possibile, con i mezzi non bellici chiesti a gran voce dalla grande maggioranza dell’umanità e profeticamente indicati dalla stessa “Pacem in terris”.

Per questo restano attuali i tratti di fondo di quell’Enciclica che non ritengo affatto esagerato chiamare rivoluzionari. Il vero fatto nuovo dell’Enciclica è la teologia dei “segni dei tempi”, cioè l’accoglimento umile di Dio che opera nel mondo e nella storia: è una teologia così poco papale che non è dato trovarla in altre encicliche né precedenti né seguenti. E la conseguente distinzione fra ” false dottrine” e “movimenti storici” che magari da esse traggono ispirazione ma poi si evolvono positivamente è un’apertura rivoluzionaria ai processi storici e allo Spirito che in essi opera, un’apertura senza la
pretesa di benedire tali movimenti né di metterci sopra la propria cupola santificatrice e salvatrice.


La “Pacem in terris” e il Concilio furono l’atto di fede eroica di papa Giovanni. Ambedue sono una implicita, sottile e delicata presa di distanza dal Tridentino e dal
Vaticano I° e aprono la Chiesa alla ventata dello Spirito dalle periferie, dai luoghi del non-potere, dai crocicchi della contaminazione provvidenziale col mondo di tutti i
colori dell’arcobaleno, finora sempre condannato dai “profeti di sventura”. […]


Dove ha attinto Papa Giovanni la sua lucida visione profetica? Dalla saggezza dei secoli, che per lui era una autentica profezia di Dio, alimentata da una spinta vitale
proveniente dal Dna della specie. E’ la stessa saggezza a cui il Vangelo ha attinto il suo messaggio essenziale: la pace in terra bisogna volerla (pace in terra agli uomini
di buona volontà) perché sono felici e produttori di felicità i figli di Dio costruttori di pace e bisogna volerla fino ad amare i propri nemici (beati i costruttori di pace
perché saranno chiamati figli di Dio). E’ a questo messaggio che sta tornando finalmente in massa, così almeno sembra, quella stessa cultura cattolica che tante
volte nella storia anche recente purtroppo da quello stesso messaggio si era disastrosamente allontanata.


La pace è impressa nel nostro profondo e forse nel profondo stesso dell’universo. La pace è la stoffa di cui è fatta tutta la realtà. La pace è l’orma profonda del cammino umano, contro ogni apparenza contraria.
Papa Giovanni chiamava in causa il dono di Dio e ora gli fa eco l’attuale pontefice. Ci sto anch’io e con forza, purché quando si dice dono di Dio non s’intenda un dono
dall’alto di un Dio onnipotente che obbiettivamente deresponsabilizza lo sforzo umano. Siamo in molti ormai insieme a papa Giovanni a pensare Dio in modo nuovo,
fuori dall’orizzonte culturale dell’onnipotenza, della fissità trascendentale, del tipo di religione unica vera che si pone come esclusiva depositaria del senso della esistenza
umana e cosmica. E’ bello pensare la pace come dono e non come possesso di cui possiamo disporre, viverla come dono prezioso che ci è affidato insieme alla vita. E’
fecondo considerare la pace come compito di responsabilità che ci sta sempre davanti, come obbiettivo sempre più grande di tutte le nostre conquiste storiche
che però di tali conquiste si avvale. […]

testo tratto dall’articolo di Enzo Mazzi pubblicato su L’Unità, il 14 aprile 2003

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