lunedì, Maggio 23, 2022

Preti e parrocchia: ma i laici cosa vogliono? (Sergio Di Benedetto)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

È tempo che i laici rivedano le tante aspettative di cui spesso rivestono la figura del prete, per un più equilibrato, umano e armonico vivere cristiano.

Da più parti, anche su impulso del Papa, si discute del tema del clericalismo e di come questo sia ormai un fenomeno da oltrepassare, perché non evangelico e non più adatto alla vita della parrocchia nella contemporaneità. Opportunamente, anche su questo blog, sono state condivise riflessioni su come superare e perché superare una gestione clericale della parrocchia, che è oggi, probabilmente, l’istituzione cattolica più in difficoltà.

Da osservatore del fenomeno, considerato in realtà assai diverse, mi chiedo anche: ma i laici, in fondo, cosa vogliono dal prete che abita la parrocchia? Perché, girando in diverse comunità, ascoltando e incontrando laici e sacerdoti, ho notato come ci sia un problema complementare al clericalismo, ed è legato alle aspettative altissime che spesso i laici hanno nei confronti delle persone consacrate, soprattutto se sacerdoti; si tratta di aspettative che non raramente provocano tensioni e frustrazioni, lacerazioni e critiche, laddove esse non vengono soddisfatte (cioè quasi sempre).
Tuttavia, prima ancora di domandarsi perché tali aspettative non sono ‘accolte’, i laici dovrebbero farle passare nel crogiuolo della propria coscienza, della Parola di Dio e, ultimo ma non ultimo, del mondo che abitiamo. Sono umanamente sostenibili le pretese che talvolta addossiamo ai sacerdoti? Sono utili alla crescita del popolo di Dio? Corrispondono a una vera coscienza battesimale? Sono adeguate al contesto in cui viviamo? Oppure sono frutto di un mondo tramontato nei numeri, nelle strutture, nelle consapevolezze teologiche e pastorali?

Per andare al concreto, e schematizzando molto, mi pare che troppo spesso pretendiamo dal prete, che magari oggi ha in carico più parrocchie, di essere ancora il parroco degli anni ’50 quanto a ruolo, quindi centro e perno della parrocchia, ‘sacerdote, re e profeta’ quanto a risposte, pronto a visitare ogni casa, ogni malato, a presenziare a ogni funzione e liturgia, disponibile a moltiplicare il culto e le devozioni in tutti gli orari; a questo aggiungerei una dose di giovanilismo e di attivismo anni ’80, per cui il prete deve dedicarsi ai giovani (quali poi?), animare il gruppo famiglie, il gruppo terza età, il gruppo dello sport, il gruppo teatrale, il gruppo del taglio e cucito, il gruppo delle vacanze. Poi si richiede un buon barattolo di anni ’90, quindi meditazione e commento della Parola di Dio, riflessione politico-sociale, educazione alla legalità, competenze tecnico-economiche e giuridiche nel campo dei restauri e delle ristrutturazioni, sensibilità culturale. Da ultimo, una spruzzata di nuovo secolo in quanto ad abilità tecnologiche e comunicative, responsabilizzazione dei laici e delle laiche, coinvolgimento degli appartenenti ad altre religioni, formazione umana, psicologica, sociologica, e così via, tenendo sempre sullo sfondo l’altissimo e personalissimo modello evangelico applicabile a piacimento, entro cui rileggere ogni sacerdote (umanamente fallibile, ovviamente).

Al di là delle semplificazioni e dell’ironia, sono convinto che i laici debbano avere il coraggio di ripensare la figura del prete, anche attraverso un dialogo franco e un ascolto accogliente dei sacerdoti, non facendo sconti quanto ad anacronismi e incrostazioni di potere, ma nemmeno sommergendo il prete di funzioni e ruoli e compiti, soprattutto quando lo stesso prete è pronto a fare un passo indietro.
Certamente, si dirà, molto di quanto la gente si aspetta dal prete deriva da secoli di modello clericale, per cui non si abbandonano schemi mentali nel giro di pochi anni. E, ugualmente, sappiamo pure che fino a quando il sacerdote avrà in tasca le chiavi delle strutture parrocchiali e gestirà il salvadanaio, sarà inevitabile fare continuo riferimento a lui. Però, davvero, mi chiedo: e se i laici per primi provassero a smobilitare il campo, togliere le tende attorno alla corte, portare pazienza e accompagnare il difficile cammino del sacerdote che si spoglia del ruolo clericale, senza piagnistei per come era meglio prima, senza lamentale perché il prete non ha introdotto il tredicesimo incontro di catechesi con i bambini, senza critiche perché una sera non era presente all’incontro del gruppo giovani, senza punzecchiature se non è andato in vacanza con il gruppo delle famiglie, senza scandalo se non partecipa al rosario meditato alle ore 16 del martedì pomeriggio?

Parafrasando un celebre motto di Maria Montessori, “maestra, aiutami a fare da solo”, forse la più urgente richiesta dei laici dovrebbe essere “caro don, aiutaci a fare da soli”… fino a dire “caro don, su questo non abbiamo più bisogno di te”…

Sergio Di Benedetto, www.vinonuovo.it, 19 giugno 2021

Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all’Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in diverse realtà ecclesiali, dirige una compagnia di attori professionisti, Compagnia Exire, di cui è direttore artistico e Dramaturg. Ha scritto drammaturgie a tema sacro e civile, poesie e racconti, vincendo anche alcuni concorsi internazionali. Scrive su alcune riviste e quotidiani italiani e stranieri. Suoi contributi di ricerca letteraria sono apparsi in diverse riviste accademiche europee e americane. È autore del libro “Depurare le tenebre delli amorosi miei versi. La lirica di Girolamo Benivieni” edito nel 2020 da Olschki.

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