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giovedì, Giugno 20, 2024

“Mi chiamo Isaac, vengo dal Ghana. Ho lasciato l’università e mi sono ritrovato schiavo in Libia” (M. Armanino)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

La giunta militare al potere nel Niger ha abrogato la legge 036 del 2015 nata su pressioni europee in seguito all’incontro congiunto Europa-Africa nella capitale maltese dello stesso anno per il ‘controllo’ dei migranti. Nel frattempo una novantina di migranti morti nel deserto tra il Niger e l’Algeria, soprattutto donne e bambini in viaggio verso Algeri, soprattutto per esercitare l’antico mestiere della mendicità. L’obiettivo, poco nascosto, dell’abrogazione citata della legge sull’immigrazione, è smarcarsi dall’Unione Europea che ha rinnovato l’appoggio al presidente Mohammed Bazoum ancora detenuto dai militari. Tra gli obiettivi presunti dell’abrogazione c’è anche quello di avere elementi per negoziare con argomenti ‘sensibili’. La giunta ha pure messo fine ad altre collaborazioni attinenti alle migrazioni, come ad esempio la formazione nella gestione delle frontiere, nel progetto Eucap-Niger.

Per comprendere e interpretare meglio ciò che sta accadendo nel campo delle migrazioni nel Sahel e altrove, dovremmo fare attenzione a non cadere in alcune trappole:


– La mercificazione o ‘commercializzazione’ dei migranti: usati come “oggetti di scambio” per motivi finanziari o geopolitici… Questo è ciò che fa l’Ue, ma anche il Marocco, la Libia, la Tunisia, il Sudan prima della guerra… e il nostro Niger sotto il vecchio regime. Speriamo non accada con le nuove autorità.


– Feticismo per le statistiche, i numeri, il profilo, la cartografia e la classificazione dei migranti e della mobilità in generale per controllare il fenomeno migratorio, per meglio usarlo, manipolarlo, controllarlo.


– Accettazione supina e poi assimilata della narrazione dominante che vede la migrazione come un flagello, un’emergenza continua, un problema di sicurezza o umanitario, un problema di scarti residuali.

Testi e contesti

Sappiamo che la storia umana è una storia di migrazioni! Qualsiasi trasformazione sociale avviene attraverso anche tramite la migrazione. Di fatto, la migrazione è uno degli specchi della nostra società. È il contesto a dettare la nostra agenda, a influenzare le nostre scelte e a guidare il nostro pensiero. Diamo quindi un’occhiata allo “sfondo” dello scenario che implica e incide sulle migrazioni.

Innanzitutto il numero stimato di migranti, circa 300 milioni, a cui vanno aggiunti circa 114 milioni di sfollati e rifugiati. È un mondo in movimento! I conflitti armati sono almeno in parte responsabili di questi spostamenti, che generano instabilità, insicurezza, crisi alimentari e politiche. Disuguaglianze sociali, economiche e di genere che non fanno che aumentare il divario tra Paesi, continenti, società e famiglie. Tutto questo non può essere separato dalla crisi e dalla strategia del capitalismo “cannibale”, come lo ha definito Nancy Fraser. Il capitalismo sfrutta, spoglia e trasforma tutto in merce. Il suo sistema è un apartheid applicato: escludere – ridurre l’altro a cosa, disumanizzarlo – usare la violenza per sorvegliare perpetuare il sistema.

Senza questa chiave di lettura, non possiamo capire il perché dei muri, il filo spinato, l’esternalizzazione e la militarizzazione dei confini… Il sistema capitalista ha bisogno di schiavi docili, pronti a scomparire quando necessario.

Le politiche continentali, regionali e nazionali devono essere inserite in questo “macro” contesto. Un nuovo regime, le sanzioni, le frontiere, la paura dello straniero: tutto ciò ha un impatto sulla vita quotidiana e sulla mobilità dei migranti nel Sahel e nel Niger in particolare. Nel corso degli anni abbiamo imparato che ogni migrante ha la sua migrazione, irriducibile a qualsiasi statistica o “media”. Nel nostro servizio di accoglienza, lavoriamo soprattutto con i migranti di ritorno, quelli che hanno ‘fallito’ ( o si è congiurato per farlo fallire) il loro progetto migratorio, almeno per il momento.

Abbiamo i deportati, gli espulsi, quelli che hanno finito i loro soldi e vogliono tornare nel loro Paese più o meno liberamente… per questo c’è l’OIM, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni. Poi ci sono i “vecchi” migranti che sono qui da molto tempo, che hanno poche motivazioni per tornare senza soldi o a causa della loro situazione familiare. La vergogna del fallimento. Vivono in alcune zone della città, altri aspettano di essere accettati.

C’è chi attende l’occasione per tentare di nuovo la fortuna o di trovare altre soluzioni: questi migranti possono sparire da un momento all’altro. Oppure sono tornati dopo aver beneficiato dell’OIM e del fondo di re-inserzione al Paese d’origine. Quindi i percorsi sono diversi e a volte lo sono anche le prospettive: la presenza di molti bambini di cui a volte si cercano le madri solleva interrogativi sulla tratta delle persone.

Esperienze e grida

Il tema che il nostro gruppo di Niamey ha scelto per la prossima Giornata mondiale dei migranti del 18 dicembre è “Migrare per esistere”! Questo ci sembra riassumere l’esperienza dei migranti! La migrazione è infatti un triplice grido:
– Un grido di ribellione contro la società e il mondo così com’è! È un NO al disordine sociale e alla scomparsa generati dalla globalizzazione, dove ci sono pochi vincitori e molti perdenti;
– È un grido di dignità e libertà, nel rispetto del passato, della cultura, delle radici e dei paesaggi che ci abitano ma allo stesso nel rischio di un altrove che relativizza il determinismo delle origini;
– Un grido di speranza per un futuro che possiamo costruire e immaginare… un mondo diverso in cui le lingue, le religioni e i confini non siano muri ma ponti.

Ecco alcune delle esperienze migranti che sono come simboli o metafore di ciò che si vive nel Sahel:
Diallo, che è arrivato fino in Marocco, ha cercato di ‘assaltare’ l’enclave di Ceuta, è stato picchiato, espulso e gettato nel deserto: la tragedia dei confini come filo spinato! Diceva prima di tornare al suo Paese, la Guinea… ‘Meglio prigionieri in Europa che liberi in Africa’!
– Violenza sui bambini, assenza di cibo, condizioni di vita pessime, paure… il deserto, le minacce… Donne che non confessano apertamente ciò che hanno subito nei loro corpi…
– Steve, che cambia confini, nomi e nazionalità per farsi accettare. Malato di un tumore al volto… nessuna istituzione, compresa la sua ambasciata, L’UNHCR o l’OIM, si occupano di lui… i poveri possono sparire…
– Boah, un liberiano che si sposerà a fine mese con una donna togolese… anche questa è una migrazione!

Infine, una storia scritta, originariamente in inglese, dall’autore, appena tornato al Paese grazie all’OIM. Ve la propongo:

Mi chiamo Isaac M. Williams, sono un migrante del Ghana. Come studente di Informatica ho abbandonato l’università. L’abbandono a questo livello è stata la mia più grande delusione nella vita. Sentivo che senza ottenere un titolo di studio in campo accademico ero un fallimento. Ho provato invano a cercare lavoro presso aziende nel mio paese, ma non sono stato preso in considerazione a causa dell’abbandono che mi ha impedito di ottenere il Master.
Ho quindi escogitato un secondo piano che ritenevo appropriato o vantaggioso per la mia vita: ho deciso di andare in Libia, dove un amico mi aveva detto che era molto facile trovare un lavoro nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Non avendo sufficienti informazioni sulla migrazione, ho iniziato il mio viaggio e sono arrivato a Sabha, in Libia, il 20 maggio 2022, dove sono stato arrestato insieme a molte altre persone e accusato di migrazione irregolare e di documentazione falsa.

Dopo il mio rilascio, sono stata venduto come schiavo a un uomo arabo per il quale ho lavorato senza retribuzione per quattro mesi; sono riuscito a fuggire dalla sua fattoria durante la notte nel deserto. Ho atteso circa 38 ore prima di incontrare un uomo nel suo pick-up con la sua famiglia al quale ho spiegato la mia situazione. Mi ha portato in un posto dove ho incontrato due liberiani e un nigeriano; uno dei liberiani è stato compassionevole e mi ha portato dal suo migliore amico, un nigeriano, che aveva un’officina dove poteva riparare apparecchi elettrici. Sono poi arrivato a Niamey dove il servizio migranti e l’Oim mi hanno aiutato. Tra qualche giorno torno nel mio paese.

Niamey, 10 dicembre 2023

Il fatto quotidiano 10 dicembre

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