giovedì, Giugno 30, 2022

Israele dà il via alla più grande espulsione di palestinesi degli ultimi decenni (Roberta Aiello)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

Demolire. Ancora e ancora. Mercoledì 1 giugno l’esercito israeliano è tornato dove era già stato qualche settimana prima. Lì dove aveva distrutto le abitazioni di 45 persone stavolta ha eliminato le tende in cui si riparavano 21 residenti, rimasti senza casa, di al-Markaz e Fakheit, due villaggi di Masafer Yatta, una zona a sud di Hebron, nell’area C della Cisgiordania.

Dopo una prima demolizione avvenuta a maggio, l’amministrazione civile – il braccio operativo del governo militare israeliano che governa 2,8 milioni di palestinesi nella Cisgiordania occupata – è tornata a distruggere quello che ha trovato nello stesso punto in cui aveva raso tutto al suolo. Non c’è bisogno di un ordine, né di procedimenti legali. Si esegue. Si abbatte.

Per +972 Magazine i militari hanno cercato di impedire ai giornalisti di documentare quanto stesse accadendo. La zona è militare, l’ingresso è vietato. Un ufficiale avrebbe minacciato con la forza di arrestare Basil al-Adraa, un reporter della testata giornalistica indipendente, se non avesse lasciato la zona, nonostante si fosse identificato come giornalista e avesse mostrato il tesserino.

Alcune delle famiglie rimaste senza casa, e adesso anche senza tenda, dormiranno nelle grotte naturali le cui condizioni all’interno sono notevolmente deteriorate nel tempo. Ma altra scelta non c’è. Anche perché i residenti dei villaggi di Masafer Yatta non hanno alcuna intenzione di andarsene.

L’ondata di demolizioni arriva all’indomani di una sentenza della Corte suprema del 4 maggio. Dopo decenni di abbattimenti, ricostruzioni e una battaglia legale durata più di 20 anni l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto il ricorso per fermare lo sgombero di Masafer Yatta attribuendo all’esercito quell’area – dichiarata nel 1981 Zona di tiro 918, adibita a poligono – autorizzandolo, di fatto, a procedere con l’espulsione permanente di circa 1.300 palestinesi da otto dei dodici villaggi. Oltre a ciò ha disposto il pagamento di 20.000 shekel (poco più di 5.500,00 euro) a carico dei ricorrenti palestinesi.

Meno di una settimana dopo sono iniziati gli abbattimenti, segnando l’inizio di quella che secondo gli attivisti sarà probabilmente la più grande espulsione di massa di palestinesi dalla Cisgiordania occupata dalla guerra del 1967, quando in centinaia di migliaia fuggirono o furono cacciati dalle loro terre occupate da Israele.

In una dichiarazione, le forze di difesa israeliane (IDF) hanno affermato che le demolizioni sono la risposta al procedimento condotto per decenni dall’Alta Corte e alla sua decisione unanime in favore dell’esercito. Per tutti e tre i giudici del massimo organo di giustizia israeliano, David Mintz, Ofer Grosskopf e Isaac Amit, quei territori non appartengono a chi li abitava.

“La Corte suprema ha pienamente accettato la posizione dello Stato di Israele e ha stabilito che i ricorrenti non fossero residenti permanenti nell’area”, si legge nella nota. “La Corte ha inoltre osservato che i ricorrenti hanno respinto qualsiasi tentativo di compromesso che gli è stato offerto”, prosegue l’IDF.

Difficile, però, immaginare di lavorare nei campi soltanto durante i fine settimana e nelle festività ebraiche e per due mesi non consecutivi all’anno. Ed è per questo che la comunità di Masafer Yatta ha rifiutato esplicitamente l’accordo, per l’impossibilità di sostenere con queste modalità le attività agricole e guadagnarsi da vivere.

I residenti di Jinba, uno dei dodici villaggi di Masafer Yatta, hanno spiegato di essersi opposti a qualsiasi proposta perché residenti in quell’area da prima che Israele occupasse la Cisgiordania nella guerra del 1967.

Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, le grotte naturali sulle colline di Hebron sono abitate almeno dal 1830. Si tratta di rifugi usati come abitazioni che permettono l’allevamento di pecore e capre nella zona circostante per la produzione di latte e formaggio. La maggior parte dei prodotti è utilizzata per consumo domestico e per le greggi, mentre l’eccedenza viene venduta.

Issa Abu Eram è nato in una di quelle grotte naturali 48 anni fa.

In inverno è lì che vive, insieme ai suoi familiari. In estate si sposta in una roulotte nei pressi della grotta. Le capre sono la sua fonte di reddito.

I suoi figli, racconta ad Associated Press, sono cresciuti con una minaccia di espulsione incombente e permanente. Frequentano una scuola di fortuna a Jinba.

Quella è la loro terra, è lì che hanno sempre vissuto e non vogliono andare altrove.

Dei circa 1.300 palestinesi costretti ad abbandonare gli otto villaggi di Masafer Yatta, almeno 500 sono minori.

La storia

Il braccio di ferro per l’area è iniziato negli anni ’80, quando funzionari israeliani hanno rivendicato diversi territori della Cisgiordania per creare campi di addestramento militare.

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Roberta Aiello, valigiablu.it, 5 giugno 2022

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