venerdì, Dicembre 9, 2022

Card. Hummes: per la Chiesa dell’Amazzonia è giunto il tempo delle riforme

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

SÃO PAULO-ADISTA. Che al Sinodo panamazzonico si parlerà di nuove forme di presbiterato, come supponevamo nel n. 37/17 di Adista Notizie riportando le parole di papa Francesco sull’indizione dell’assise (ottobre 2019), è confermato dal card. Claudio Hummes, già arcivescovo della diocesi brasiliana di São Paulo, nell’intervista rilasciata a Religión digital (3/12/17). 

Finalità di questo Sinodo, ricorda il cardinale, «è cercare nuove strade, nuovi metodi di evangelizzazione, la presenza della Chiesa fra i popoli indigeni, fra i ribereños, fra i popoli originari. La Chiesa è sufficientemente presente fra questi popoli? A partire da come è strutturata la Chiesa, riesce a farlo o sarebbe necessario cambiarne qualcuna, cambiare alcuni metodi di lavoro perché possa camminare e vivere insieme con quella gente, difendere quella gente?». Quando l’intervistatore osserva che «la Chiesa cattolica è tradizionalmente strutturata a partire dal ministero ordinato» e chiede «quale nuovo modo di essere sacerdote» possa realizzare la nuova evangelizzazione fra i popoli originari, il cardinale risponde: «È quello che il Sinodo probabilmente, si pensa – aggiunge con cautela –, discuterà. Dal mio punto di vista dovrà discutere tutta questa struttura pastorale, della presenza dei ministri ordinati insieme con la popolazione». Ministri, precisa, che «devono provenire dalla stessa popolazione. Altrimenti, la Chiesa non avrà concluso il suo lavoro propriamente missionario perché non avrebbe clero del posto, clero indigeno, ribereño, che vive con il suo popolo, un popolo che vive il Vangelo nella sua cultura». Tuttavia la missione della Chiesa, tiene a puntualizzare, «non si occupa solo delle questioni religiose, ma anche di tutto quello che forma parte della dimensione socio-ambientale, politica, economica, come appare nella Laudato si’, che è una specie di Magna Carta, come anche l’opzione preferenziale per i poveri che è il grande principio, perché la nostra preoccupazione, senza dubbio sono i popoli indigeni originari questa regione, insieme ai ribereños, ai discendenti degli schiavi, a quanti vivono nelle periferie delle grandi città, dove è già presente il fenomeno dell’indio urbano, con tutte le sue problematiche».
 
Ha titolo per parlare Hummes: è presidente della Rete Ecclesiale Panamazzonica (Repam, nata nel 2014) che collega un centinaio fra diocesi e prelature. Il cardinale la definisce come «servizio che vuole tenere insieme il Popolo di Dio nei nove Paesi della regione amazzonica, profondamente identificato con la storia e l’identità di questi popoli, e con la loro realtà ambientale». «Per poter funzionare – informa – si sono creati due assi tematici: il primo sono i popoli indigeni per prendersi cura dei loro diritti, degli organi rappresentativi, delle ingiustizie da loro subite, la loro evangelizzazione, la demarcazione delle terre; in secondo luogo la formazione e la pastorale, la formazione degli operatori locali, sia in termini missionari e religiosi, ma anche in altre aree, come i diritti umani, con un corso tenuto dall’Università Cattolica dell’Ecuador, per le comunità indigene per formare personale che possa assumere azioni quali, per esempio le rivolte nei casi di violazione dei diritti umani»; insomma che assumano «la loro storia».

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