domenica, Novembre 27, 2022

Il sinodo tedesco e la benedizione dell’amore omosessuale. Come la liturgia può rinnovare la fede (A. De Caro)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

Mi pare che non possiamo più consentire che persone che si vogliono bene, e non prendono decisioni con leggerezza, siano stigmatizzate e spesso trattate come peccatori e siano escluse dalla comunità ecclesiale” (L. Van Looy, vescovo emerito di Gand).

Nelle ultime settimane sono successe diverse cose che riguardano, più o meno direttamente, il rapporto fra fede, Chiesa e condizione omosessuale. Ho atteso un po’ di tempo, prima di scrivere un articolo, sia per raccogliere i documenti sia per riflettere e cercare di capire la direzione che gli eventi ci suggeriscono.

Il Sinodo Tedesco: il documento sulla sessualità umana.

08/09/2022 – Il Sinodo della Chiesa Cattolica in Germania, a cui partecipano molti laici accanto a sacerdoti e vescovi, ha votato sul documento Vivere in relazioni riuscite. Linee di fondo per una rinnovata etica sessuale. Il documento ricorda, nel titolo, un libro bello e coraggioso dei teologi statunitensi T. Salzman e M. G. Lawler, The sexual person. Toward a renewed Catholic anthropology; esso cerca di superare alcune aporie della dottrina tradizionale cattolica sulla sessualità umana -soprattutto nella formulazione di Humanae vitae– sviluppando i germi di novità proposti da Amoris Laetitia. Ad esempio, viene introdotta l’idea che il rapporto d’amore debba essere fonte di felicità; che il discernimento pastorale possa e debba riconoscere il primato della coscienza sulla legge; e che la fecondità non sia unicamente o primariamente quella biologica, ma la crescita morale e sociale dei partner.

Immaginate le conseguenze che ne possono derivare su temi come la contraccezione e l’omosessualità, una volta che il rapporto intimo venga interpretato non più solo come funzionale alla riproduzione, ma come incontro gioioso, risanante e rigenerante fra due esseri umani alla ricerca di comunione. A questi spiragli verso una visione meno materialista e più etica della sessualità, a questi spazi di apertura verso una dottrina più attenta alla realtà concreta delle persone, si accompagnano la consapevolezza delle ferite, dei sensi di colpa, delle tensioni che la dottrina tradizionale ha provocato in molti fedeli e quindi anche la richiesta di perdono da parte delle autorità ecclesiastiche.

Il documento propone anche un atteggiamento di autocritica, poiché la tradizionale dottrina della Chiesa sulla sessualità ha reso più difficile alle persone (anche consacrate) un sereno percorso di maturazione psicofisica, provocando, se mai, uno squilibrio cui non sono alieni gli abusi sessuali. 

Ebbene: nella votazione di giorno 08/09, il testo è stato approvato dall’assemblea sinodale (soprattutto dai laici), ma non è stata raggiunta la maggioranza qualificata dei 2/3 dei vescovi. In base alle regole del Sinodo stesso, questo vuol dire che il documento non può essere presentato al Papa con la richiesta di una revisione della dottrina. È stata un’amara sorpresa, perché il percorso e il dialogo che hanno preceduto la votazione rendevano quasi certa, da parte dei vescovi, una coraggiosa presa di posizione, che invece ha lasciato il posto a una grande delusione. 

I vescovi contrari al documento hanno motivato il loro dissenso esprimendo paura di creare una rottura troppo brusca dalla Tradizione e dall’antropologia cattolica. Questa motivazione (sia detto con amarezza) non stupisce, ma non può non suscitare -come in effetti è accaduto- aspre reazioni: il problema quindi non sta nella validità o meno delle idee sostenute, ma nella paura ossessiva di creare una discontinuità che equivarrebbe ad ammettere che la Chiesa si è sbagliata e può sbagliare (benché, tecnicamente, l’enciclica Humanae vitae non ricada nello spazio dell’infallibilità ex cathedra).

In altre parole, è come se i vescovi dicessero ai fedeli: “Voi probabilmente avete ragione, e noi vescovi accompagniamo con benevolenza il cammino sinodale e le riflessioni di teologi e laici -ma abbiamo paura di entrare in urto con il Vaticano e di perdere il potere”.

Il caso dimostra la tensione (se non l’incompatibilità) fra la struttura gerarchica della Chiesa e la cultura della parrhesia e della sinodalità promossa (con quale autenticità? con quanta efficacia?) dall’attuale pontefice. Dopo la deludente votazione dei vescovi, una donna ha esclamato “Gentili vescovi, perché noi dovremmo rimanere con voi, se voi non rimanete con noi?”. E lo stesso sconforto lo ha espresso mons. H. Dieser, vescovo di Aquisgrana e co-presidente del Forum, affermando di ““non avere adesso la più pallida idea di come affrontare le persone che sono state deluse o ferite da questa votazione. Ora come ora, in quanto vescovo, come posso ancora predicare sulla sessualità?” (cfr. https://sacerdotisposati.altervista.org/cammino-sinodale-bocciato-il-documento-sulla-sessualita/?fbclid=IwAR2IQ7OhGIhh0v-PMqx-O8saippeeZ-fMzPkNqgqYaNamKRYyYzxtbV6W_c).

Il rischio, particolarmente evidente in Germania ma percepibile anche da noi, è di una progressiva alienazione della Chiesa gerarchica rispetto al popolo di Dio, che svuota le Chiese perché perde continuamente fiducia nella capacità di ascolto e di rinnovamento dei suoi pastori, barricati nella fortezza della paura e del potere.

La dottrina non si tocca, perché altrimenti dobbiamo ammettere che ci siamo sbagliati. Ma la vita concreta e quella spirituale delle persone vere sono altrove, in ricerca.

Il Sinodo Tedesco: una nuova valutazione dell’omosessualità

È ancora più sorprendente, quindi, quello che è successo il giorno dopo, 09/09/2022. Con il 92% di tutti i delegati e l’83% dei vescovi, l’assemblea sinodale tedesca ha approvato un documento breve, vivace e incisivo, Una nuova valutazione del Magistero sull’omosessualità. Vi si colgono segnali dirompenti e coraggiosi slanci di liberazione, anche se non nuovi per chi ha seguito la teologia tedesca sul tema negli ultimi anni. L’assemblea sinodale consiglia al Papa una rapida revisione della dottrina e del Catechismo, alla luce dei recenti studi teologici, medici, psicologici, sociologici, giuridici e della nuova sensibilità del popolo di Dio su questo tema. L’omosessualità non è una malattia e non va curata in alcun modo. Gli omosessuali sono creature di Dio che li ha voluti e li ama così come sono; anche loro, come gli eterosessuali, hanno il diritto e il dovere di integrare la sessualità nella loro personalità, facendola diventare una espressione matura e responsabile della loro capacità di amare.

Come le persone eterosessuali, anche gli omosessuali sono chiamati ad una vita etica, in cui la relazione con l’altro sia ispirata a valori di rispetto, fedeltà, dono e perdono, sostegno reciproco; una vita in cui né l’individuo né la coppia siano brutalmente e arbitrariamente privati della possibilità di esprimere anche sessualmente l’amore. Anzi: è proprio questa pienezza di umanità che rende anche le persone omosessuali adulte e feconde, nel senso morale e sociale (alla luce di Amoris Laetitia 178 e 181).

Se mai, il pregiudizio che le persone omosessuali siano intrinsecamente inclinate al male, e debbano per questo rinunciare ad amare in modo equilibrato e completo, le ha esposte e le espone a laceranti sofferenze interiori, a sensi di colpa autodistruttivi; per di più, la tradizionale dottrina della Chiesa, soprattutto se in un contesto politicamente affine, rischia di farsi complice di abusi, discriminazioni e violenze. Ecco perché è così urgente che il Papa riformi tutta la dottrina esistente su questo tema, abolendo definitivamente ogni linguaggio umiliante e offensivo.

Le idee sono bellissime, come si nota, e pregne di novità. Non rimangono solo ad un livello di pastorale inclusiva, ma chiedono una seria riflessione sulla dottrina; inoltre è significativo, in particolare per il mondo tedesco, il corollario sul diritto del lavoro, per cui -si afferma chiaramente- la Chiesa Cattolica non ha alcun diritto di licenziare uomini e donne omosessuali che lavorano per essa, come gli insegnanti di religione. D’altra parte, si parla di omosessualità in chiave generica, senza fare quasi nessun accenno al tema dell’identità di genere e quindi alle persone transgender.

Secondo alcuni commentatori, il 9 settembre questo documento sarebbe stato approvato quasi per attutire la delusione del giorno precedente e per stabilire dei punti fermi sul tema della protezione del posto di lavoro. Può darsi: resta il fatto che il Sinodo tedesco, fatto di laici e di vescovi, ha approvato un documento che, recependo le istanze teologiche, propone in modo concreto e ufficiale di rivedere non solo la pastorale ma anche la dottrina. Non basta, in altre parole, dire “noi accogliamo benevolmente le persone omosessuali”: occorre anche chiedersi, seriamente, che cosa abbiamo da offrire loro dopo che le abbiamo accolte.

Dal confronto fra queste due giornate sinodali emerge proprio, con rara efficacia, l’immagine di una Chiesa che vorrebbe liberarsi dalla (per)versione soffocante di una male intesa tradizione, ma non ci riesce, e si dibatte (pensosamente, penosamente) fra la paura e il coraggio, fra il potere e la libertà. 

Riflessioni di *Antonio De Caro, www.gionata.org,

29 OTTOBRE 2022

*Antonio De Caro (Palermo 1970) collabora con La Tenda di Gionata per promuovere il dialogo fra condizione omosessuale e fede cristiana. Sul tema, ha pubblicato i volumi Cercate il suo volto. Riflessioni teologiche sull’amore omosessuale (2019) e La violenza non appartiene a Dio. Relazioni omosessuali e accoglienza nella Chiesa (2021)

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