mercoledì, Ottobre 5, 2022

Fedor Dostoevskij e la speranza dei prigionieri (J. Moltmann)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

Dostoevskij è affascinante e lontano al tempo stesso.

Egli è uno psicologo che ci fa sentire scoperti fino in fondo, tanto che si sarebbe tentati di dire, come Stavrogin a Tichon, ‘psicologo maledetto’.

Ma Dostoevskij è più che uno psicologo penetrante: è religioso nel senso più ampio della parola.

Berdjaev lo ha definito ‘pneumatologo’. Egli stesso si è autodenominato più che realista. Era certo un idealista materialistico, un materialista dai sogni proiettati nel futuro e con una mistica del totalmente Altro.

I protagonisti dei suoi romanzi sono psicologicamente quasi assurdi. Come egli stesso ha affermato, la Russia non ha mai avuto un volto definito.

Ma nella realtà troppo umana trovò quei concetti e quegli sprazzi di luce che Dio “dall’aldilà gettò sulla terra, quasi fossero semi, e così il suo giardino terrestre fiorì”. Tutto ciò è platonico e va ancor più in là di Platone.

“E’ la bellezza che salverà il mondo” disse Dostoevskij. E così paradossalmente rese visibile questa bellezza nei volti tristi, brutti, sfigurati e disperati dei suoi personaggi. Perciò essi sono così eccentrici, alludono a qualche cosa di diverso, sono proteste viventi, interrogativi e barlumi della trasfigurazione del mondo intero.

Bellezza è grazia, e nessuno impersona questa grazia meglio della prostituta Sonja nel suo amore per l’assassino Raskolnikov.

Questa trasfigurazione del mondo trova espressione nella sofferenza dei delinquenti, nella compassione che non conosce limiti né ribrezzo, nella “fratellanza di tutti gli uomini” che Dostoevskij evocò nel suo discorso su Puškin.

Tutti sono colpevoli di tutto. Nessuno troverà salvezza se non la troveranno anche gli altri.

Il dolore comune, la solidarietà nel male libereranno il mondo, lo trasformeranno in un mondo umano e ciò significa in un mondo divino.

J. Moltmann, L’esperimento speranza, Queriniana, 1976, pag. 107-108

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