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venerdì, Luglio 19, 2024

Mediterraneo, trappola per le donne

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

Rischia di essere danneggiato dall’inquinamento e nelle insenature delle sue coste ospita sfruttamento e violenze ai danni di donne che cercano lavoro, indipendenza, identità. Il Mare Nostrum, una trappola per l’uomo, per le donne e per l’ambiente.

Da culla della tradizione a cimitero dei migranti, il Mediterraneo da sempre ricopre un ruolo cruciale nella storia dell’umanità. Il Mediterraneo, che rappresenta appena l’1% dei mari del mondo, racchiude nelle sue acque una preziosissima biodiversità che l’impronta umana sta via via disintegrando.

Se si considera l’inquinamento da plastica, nel bacino del Mediterraneo si concentra circa il 7% della microplastica globale. Secondo quanto riportato dal nuovo report “Mediterraneo in trappola: salvare il mare dalla plastica” redatto dal WWF Italia e lanciato lo scorso mese, in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, questo impatto grava sulle specie marine e sulla salute umana.

A ridosso della Giornata Mondiale del Mediterraneo, replichiamo l’allarme, per rendere noti gli effetti drammatici che l’eccessivo consumo di plastica, la cattiva gestione dei rifiuti e il turismo di massa stanno avendo su una delle macroregioni più visitate al mondo.

Ma il Mediterraneo è anche una sorte, che unisce il destino di molte donne. Spinte, soprattutto negli ultimi anni, a migrare sì per raggiungere i mariti, ma anche per migliorare il proprio status sociale, passando da “migranti invisibili” a donne alla ricerca di un’identificazione sociale, che spesso si concretizza con il lavoro. Questo è quanto riporta Ricerca Migrante, un documento che analizza i racconti delle donne migranti dal Mediterraneo.

In tutto il loro lungo peregrinare, queste donne si trovano spesso ingabbiate in un crudele e comune destino di schiavitù e violenze che fa perdere le forze, l’energia e i sogni. Accade intorno al Mediterraneo, in prossimità delle sue coste, un fatto che l’ha reso non più mare, ma terra. La terra dell’oro rosso, che rende schiave le donne che vi lavorano.

L’oro rosso sono fragole, lamponi, mirtilli, ciliegie e pomodori raccolti e confezionati da lavoratrici succubi di una violenza che fatica a essere nominata, tra ricatti e ritorsioni, turni estenuanti e paghe ridotte, in un crescendo di prepotenze che hanno come fine ultimo la molestia sessuale e lo stupro. A raccontare tutto ciò è Stefania Prandi, giornalista e fotografa, che ha realizzato un reportage con oltre 130 interviste a braccianti, sindacalisti ed esponenti di associazioni. Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo è la sintesi di un lavoro di ricerca e di inchiesta sul campo.

A parlare sono Kalima, Rachida, Elena, Nadina, Gaia, Fatima… Attraverso le loro voci si snoda un racconto che parte da Palos de la Frontera e arriva a Vittoria, cittadina in provincia di Ragusa; e ancora da Andria, sul pendio inferiore delle Murge, a Souss-Massa, sulla costa atlantica del Marocco. In questo lungo viaggio viene alla luce un mondo sommerso e dimenticato, dove la voglia di resistere e il coraggio sconfiggono la paura delle punizioni e l’inutilità delle denunce.


(Sonia Berti, Combonifem, 08 luglio 2018)

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