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venerdì, Luglio 19, 2024

Lectio Biblica: La Genesi (incontro del 06 novembre 2017)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

LA TORRE DI BABELE (Gen 11, 1-9)

Testi liberamente tratti da :


-Brueggemann W., Genesi, Torino, Claudiana, 2002;

LA TORRE DI BABELE (Gen 11,1-9)

(da bll= confondere; babele=porta di Dio; Sennaar=Babilonia)

Quest’ultimo racconto della “pre-istoria” è notissimo e il suo messaggio sembra evidente. Ma vorremmo suggerire di valutarlo con più attenzione di quella che solitamente gli si riserva, perché il suo messaggio è più sottile di quanto appaia. Il racconto appartiene alla tradizione teologica più antica del libro della Genesi. Descrive la crisi in cui la creazione si dibatte al termine di questa “storia della prima chiamata”.

Mediante le genealogie, i testi posteriori al diluvio evidenziano la correlazione di tutti i popoli, in quanto figli di Noè. Dio vuole che le nazioni si moltiplichino e si diffondano sulla terra, e le considera tutte sue creature. Di fatto le nazioni si moltiplicano e si diffondono in virtù della sua benedizione e secondo il suo comandamento. Ma , nel diffondersi e nel moltiplicarsi, esse dovrebbero restare unite e fedeli ai suoi disegni. Pace e prosperità sono state garantite a tutte le genti dalla decisione di Dio di non colpire mai più esseri viventi (Gen.8,21-22; 9,8-17) e dal patto incondizionato di Dio  con “ogni carne”(9,8-11). A seguito di queste promesse posteriori al diluvio, ci attenderemmo dunque pace e prosperità per tutta la creazione.

Questo racconto della torre di Babele è quindi davvero una sorpresa.

Innanzi tutto, per non farci distrarre, liberiamo il campo da una serie di questioni relative alla storia delle religioni( cioè da una serie di interpretazioni legate al momento storico).

a)A un dato stadio della storia, questo racconto servì sicuramente per spiegare il fenomeno della diversità delle lingue. In un altro venne riferito, polemicamente, per descrivere l’origine di Babilonia (Sennaar= Babilonia).v 2

b)la simbologia della torre alludeva forse originariamente a uno ziggurat babilonese, il tempio- torre presentato come emblema imperiale di presunzione e superbia.

c)la storia parrebbe essere polemica nei confronti dell’espandersi della civiltà urbana in quanto espressione di affermazione umana in conflitto con Dio. 

Ma chi legge questo racconto  non deve soffermarsi su questi elementi di carattere storico perché  essi sono via via passati in secondo piano.

Ci si deve piuttosto soffermare:

SUL RAPPORTO DIALETTICO TRA UNITA’ E DISPERSIONE

L’elemento comune ,ciò che congiunge i disegni degli uomini(v.4) l’azione di YHWH (v.8), e la conclusione(v.9),èl’uso del verbo disperdere. 

Gli uomini temono la dispersione e si adoperano a scongiurarla. Allora, contro la loro volontà, YHWH li disperde.

Perché?

Perché l’unità voluta da Dio non è quella voluta dagli uomini.

L’unità voluta da Dio è quella per cui tutta l’umanità è legata a lui, e a lui soltanto, e si mostra rispondente ai suoi disegni, pienamente fiduciosa nel suo potere datore di vita.

L’unità voluta dall’uomo è molto diversa. Essa mira a costituire un gruppo, una coalizione indifferente ai moniti di Dio. Un’unità autarchica, in cui trincerarsi e cercare di sopravvivere facendo affidamento solo sulle proprie forze. L’umanità aspira a costruire un mondo libero dai pericoli del sacro e immune dalle conseguenze della terribilità del divino nella storia. Ma un’unità umana che non sia frutto dei disegni di Dio non potrà che assumere i tratti di un opprimente conformismo. Essa alla fine sarà inutile, infatti “Se il Signore non costruisce la casa/invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città/invano veglia il custode”(Sal127,1).

Così anche la dispersione voluta da Dio non è la stessa che intendono gli uomini.  E’ quella che troviamo in Gen.10,32 , dove lo spargersi delle famiglie dopo il diluvio, è stato benedetto e approvato e voluto da Dio. Questo tipo di dispersione rientra nel progetto che Dio ha in serbo per la creazione, anzi costituisce l’adempimento del comandamento di Gen 1 ,28.”Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra”.

Il timore  che gli uomini hanno della dispersione, espresso in Gen 11,4, incarna invece la resistenza ai disegni che Dio ha in serbo per la creazione. Gli uomini non vogliono “spargersi” sulla terra ma conservare la loro rassicurante omogeneità.

Perchè allora la dispersione viene inflitta da  Dio agli uomini come un castigo? In che rapporto sono per Lui unità e dispersione?

Il progetto che Egli ha per l’ umanità non comporta né un’ omogeneità pavida e utilitaristica , ricercata come se Dio non fosse il Signore del creato, nè una dispersione delle varie parti dell’umanità, che la confondano e la dividano. Quello che nel testo può sembrare un castigo di Dio, può anche essere un modo per dar vita a una comunità che sia autenticamente fedele al creatore e dipenda dai suoi disegni e dai suoi doni. In una tale comunità potranno esserci lingue diverse, funzionali ad esigenze diverse, luoghi diversi, culture diverse e tuttavia essa resterà indivisa nella sua fondamentale , prioritaria fedeltà.

Ma la questione cruciale non può essere nè la dispersione , nè l’unità.

La questione cruciale è se il mondo si lascerà organizzare secondo i disegni divini, disegni di gioia ,libertà e amorevole sollecitudine. E un mondo siffatto dovrà contemperare l’unità voluta da Dio e la dispersione da Lui progettata.

Qualunque interpretazione unilaterale della dispersione contraddice il progetto di Dio per il mondo, che egli vuole unito nell’obbedienza a sè.

Qualunque interpretazione unilaterale dell’unità contraddice il progetto di Dio per il mondo, che egli vuole popolato dai suoi tanti e diversi popoli.

Quindi qui si tratta di una tensione non duplice ,quasi un aut-aut (o unità dettata dalla superbia o dispersione come castigo di Dio), ma triplice: a) l’unità desiderata dagli uomini in opposizione al volere di Dio, b)la dispersione temuta dagli uomini e attuata da Dio a mo’ di punizione, ma anche c)un’unità voluta da Dio, basata unicamente sulla fedeltà nei suoi confronti.

Queste considerazioni dettano i seguenti commenti:

1)    Il racconto viene spesso interpretato come polemica contro la civiltà urbana. (4,17ss). Secondo l’interpretazione di Brueggermann non è necessariamente  così.

Ci si può chiedere se una civiltà urbana massificata possa rispecchiare i disegni di Dio, o sia inevitabilmente autonoma e perciò dis-umana. E in questo contesto ci si potrebbe interrogare sulla “pax americana” che ha difficoltà ad esercitare qualsiasi tipo di autocritica sui propri valori.

Secondo un’interpretazione dialettica dell’episodio della torre di Babele, la città e l’impero non sono condannati in sé e per sé. Ma se la torre è simbolo di una coscienza di sé auto sufficiente e imperialistica allora questo racconto può essere una critica della realtà urbana. Non una critica di principio, ma esclusivamente rivolta a quelle realtà urbane che persistono in un certo orientamento.

 

2)    Dar vita a una città alternativa di fedele obbedienza è dunque il compito della comunità fedele. Isaia ci presenta due modelli di città alternativa: In Is 2,2-4 si ha la visione della città unificata, caratterizzata da un gioioso pellegrinaggio, dall’accettazione della Torah e da un programma di disarmo.. L’autonomia è inequivocabilmente ripudiata. L’accettazione della Torah è vista nella Bibbia come l’unico fondamento certo di un umanità autentica. In Is 19, 18-25 si ha invece una sublime visione ecumenica del mondo politico del vicino oriente. Non vi è traccia  di rinuncia alle varie identità nazionali. Ma su tutto domina una comune fedeltà a Yhwh, la libera interazione tra i popoli e, quel che più colpisce, (v 18) si accenna a una lingua comune. Questa sì è la guarigione delle nazioni (v 22, e Ap 22,2) colpite dal castigo della confusione delle lingue.

3)    Se il testo  sembra riguardare  soprattutto questioni sociali e politiche, in realtà, le stesse tematiche possono essere usate per affrontare questioni personali e interpersonali. La tematica unità/dispersione si può applicare anche all’individuo.Un individuo può essere una persona scissa le cui “membra sono in lotta le une con le altre”Giac 4,1. O viceversa può esserci una personalità unificata che presenta una falsa unificazione, fondata solo sulla tranquillità economica, sulla coscienza dei propri mezzi, su una stolta presunzione Lc 12,15-19. Contro entrambe ( le personalità erroneamente scisse e quelle falsamente unificate ) questo testo .indica lo sviluppo di personalità  che sappiano aprirsi all’altro con fiducia e al tempo stesso sappiano mantenere un’unità interiore beseta sulla conoscenza di un linguaggio autentico, il linguaggio del Dio Parola che sempre sarà fedele. A questo testo non interessa una personalità unificata pur che sia, o una società unificata pur che sia . Questo testo auspica un’ unità particolare, quella basata sulla buona novella della chiamata sovrana di Dio.

IL DONO E IL COMPITO DEL LINGUAGGIO

Il testo promuove una riflessione sul linguaggio come attività umana di grande spessore. Solleva importanti interrogativi su come parliamo, ascoltiamo e rispondiamo.

La comunità di fede esiste (fra l’altro) per mantenere in vita e tutelare un universo dialogico fedele (alla Parola), che funga da antidoto a tutti quei linguaggi in cui viviamo immersi che mirano a  ingannare, manipolare o confondere.

Il linguaggio infatti è decisivo per l’organizzazione e la qualità della vita della comunità umana. E’ il veicolo, attraverso cui possiamo porgerci a vicenda i doni della vita, o viceversa darci la morte.

Il linguaggio non si limita a riferire o a descrivere: istituisce rapporti di potere. Può essere coercitivo. O può liberare parlanti e ascoltatori. E’ palese quanto le parole di Gesù fossero liberatorie. Ma chi non voleva che il mondo cambiasse e il potere venisse redistribuito, le considerava , a ragione, altamente sovversive.

Nel contesto del racconto biblico appena letto, si noti cosa fa Dio per interrompere la costruzione della torre (v.7).

Mentre il v.7 viene solitamente tradotto “perché non si capiscano”, il vocabolo nel testo originale è shemà, che consente anche la traduzione “perché non si ascoltino”.

Se si rende shemà con capire, il problema che affligge l’umanità diventa  un problema unicamente verbale . ma se lo si rende con ascoltare, il testo pone una problematica teologica. Ci consente di riflettere su ciò che rende possibile alle persone ascoltarsi a vicenda, e viceversa su ciò che rende l’ascolto difficile o impossibile. La capacità di ascoltare in modi che possano causare una trasformazione, dipende dalla fiducia in chi parla e dalla disponibilità a subire l’impatto delle sue parole e a lasciarsi trasformare da ciò che è altro da sè e nuovo.

Questo modo di parlare, e di ascoltare, è quello praticato e prescritto dalla Bibbia sin dal primo capitolo della Genesi.

Il fallimento del dialogo è legato al venir meno della fiducia.

Il mancato ascolto dà luogo alla morte del rapporto.

Il non ascoltare equivale a dichiarar nullo e vuoto l’interlocutore, ad annichilirlo.

Una società dunque, che soffra dell’incapacità di dialogare, come nel nostro testo, non solo non può edificare torri, non può prestar fede a promesse, non può confidare in Dio,  ma non può nemmeno essere umana.

Breve conclusione

Il nostro testo dunque termina con una dispersione. Non c’è ascolto, no. Ma c’è tuttavia una disseminazione dell’umanità, un suo popolare la terra, che è conforme al grande progetto di Dio come abbiamo già visto all’inizio della Genesi (Gen 1,28)…

E allora inizia un tempo nuovo, un tempo dell’attesa, attesa di una nuova Parola liberatrice di una nuova vocazione (chiamata) che darà vita a una nuova comunità (che tenda a tenere assieme in un processo dinamico e comunitario le due dimensioni della fede: il rapporto con Dio e con i fratelli/sorelle/prossimi).

Tutta la creazione allora attende con fiducia, attende un segno, una scelta, la risposta ad una chiamata… attende con impazienza di vedere se Abramo saprà ascoltare e avere fiducia, se Sara riderà, se alla fine Isacco verrà al mondo….ci sarà allora un altro diffondersi (di quella genia, di quella famiglia, di quella stirpe), e questi nuovi uomini e donne saranno benedetti e con loro si diffonderà una benedizione per il mondo intero.

Dopo i fatti di Babele il mondo affronta una profonda crisi linguistica e il testo non indica alcuna possibilità di soluzione ma resta aperto, Anticipando i tempi allora possiamo dire che Giuseppe saprà servirsi di un linguaggio nuovo con i suoi fratelli. Infatti, in Egitto, essi verranno a lui terrorizzati e Giuseppe saprà parlare “al loro cuore” (tematica già incontrata nella vicenda di Noè). E le vite dei fratelli saranno trasformate da questo linguaggio nuovo.

Allora vediamo come nel complesso della narrazione della Genesi il racconto della torre guarda indietro (Gen 1) a un tempo in cui vigeva ancora un parlare fedele e un ascolto obbediente; e avanti, al nuovo parlare di Giuseppe, un parlare capace di generare una comunità (quella comunità che si andrà creando nell’esilio e la schiavitù, e come Popolo di Dio in cammino e verrà forgiata nella prova del deserto per 40 anni). Ma come vedremo questa comunità di fiducia tra gli uomini e con Dio, andrà deteriorandosi, sarà solo provvisoria. Infatti il solco che Babele ha aperto nel linguaggio è un solco profondo, una ferita non facilmente rimarginabile… Non vi sarà un ripristino di un parlare e di un ascolto autentici finchè non verrà donato agli uomini uno Spirito (un Paraclito, spirito consolatore e di giustizia Atti 2), come il primo soffio che diede la vita (Gen 1,2).

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