domenica, Maggio 22, 2022

«Quel che è di Cesare» e «quel che è di Dio» (Mt 22,15-21)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).


“(…)«Dio» e «Cesare» infatti dicono di una gamìa esistenziale che non siamo pronti, probabilmente, ad accettare.

La separazione di ruoli, di status, ma anche di affetti, di amori, di emozioni da ritenere proprie di un certo ambito e non di un certo altro, di gesti da riservare a persone ed ambiti ben definiti, è una costante della nostra cultura. Ed è proprio tale resecazione a costituire una specie di “sacro da basso continuo” che sostanzia la vita ma dal quale rischia di non alzarsi nessuna melodia o con il quale rischia di non accordarsi nessuna armonia.

Beninteso, nelle parole del Vangelo, «Dio» e «Cesare» non si fondono, non diventano politicamente una romantica unità, come tendono a fare fanatismi ed ideologismi di ogni latitudine. L’alterità di entrambi è preservata – lo spazio del non sacro è salvo e salutare, anzi è vitale –, ma è pur vero che le nostre aspirazioni hanno un contenuto di desiderio che vorrebbe anticipare già qui, adesso, in questo momento, qualcosa che invece appartiene al futuro e che, tuttavia, può essere pregustato, di cui ci si può nutrire evitando indigestioni.

Sacro e profano sono aboliti?Probabilmente la domanda oggi non si pone più in termini simili, tassonomici, codificatori, quasi organizzativi. Oggi c’è spasmodico bisogno di unità, di sintesi, tra cuore e menti, tra volontà e desiderio, tra raziocinio ed emozione.

Vi è una gamìa esistenziale nelle parole di Gesù “rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, perché viene fatta sintesi di opposti e tale sintesi scandalizza, unendo ciò che sembra inconciliabile.

La provocazione della richiesta sulla necessità di pagamento presenta però anche un altro aspetto, piuttosto oscuro ed inquietante, eppure anch’esso molto vero, duemila anni fa come oggi.

Tale lato tenebroso della vita corrisponde al costante sforzo di vedersi riconosciuti sempre e dovunque quali creditori e mai quali debitori, sempre dalla parte della ragione e mai del torto. Il debito, il debitore, sono avvolti da luce sinistra, sono quasi il sintomo di una prossima crisi catastrofica. La stessa dipendenza affettiva viene vissuta come tributo ad una infantile precarietà. Ma per il Vangelo è il riconoscimento della debolezza, dell’incompiutezza, dell’imperfezione a dare balsamo alla vita, ad avvolgerla teneramente, a riconsegnarla alla risurrezione.”

(Stefano Sodaro è giornalista pubblicista, socio ordinario dell’Associazione Teologica Italiana e socio aggregato del Coordinamento Teologhe Italiane. Dirige “Il giornale di Rodafà. Rivista online di liturgia del quotidiano”, Adista Notizie n° 32 del 23/09/2017)

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