lunedì, Aprile 15, 2024

Un Vangelo “oltre le religioni”: Mt 10, 37-42 (don Paolo Zambaldi)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

In questa pagina del Vangelo ci sono due affermazioni forti che vanno ben spiegate. Altrimenti si cade nell’errore di renderle impraticabili, oppure in quello di interpretarle in modo errato/dogmatico:

“Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me…”

“Chi vuol salvare la sua vita la perderà, chi invece perderà la sua vita per me, la ritroverà.”

Innanzitutto Gesù non pone se stesso come oggetto di amore, come potrebbe suggerire quel “me” ripetuto più volte. Eppure ci è stato detto che Gesù va adorato, pregato, essendo non Dio ma una sua qualche manifestazione. Queste parole invece significano altro, come ben si comprende se si legge la scrittura non in modo letterale.

Non intende inoltre introdursi in alcun contesto famigliare, tanto meno in contrasto col padre e la madre. Quanti hanno creduto che lasciare la famiglia per Dio/Gesù era un segno di fedeltà al Vangelo, un sacrificio in onore di Dio, hanno preferito estrapolare le parole dal contesto evangelico fidandosi della “lettera”.

Ma quando dice “me”, Gesù come si evince da tutta la sua predicazione, intende “il suo essere dalla parte degli uomini/donne”, intende proporre “un amore disinteressato e smisurato”, capace di trascendere “i propri amori” particolari, spesso contaminati dall’egoismo e dal possesso, per liberarli e renderli “agape”.

“L’amore per gli uomini” dunque, per Gesù, significa anche “perdere” di fronte al mondo, prendere su di se la croce/ il prezzo di questa scelta.

La croce che  Gesù suggerisce, non è intesa come mortificazione/sacrificio/morte/malattia (come spesso è stata, e viene ancora, interpretata!) ma è il fare una scelta spesso costosa, dolorosa, impopolare. E’ prendere su di sè il destino di quelli che non hanno potere, di quelli che vengono esclusi ma anche di chi è nostro “prossimo”/vicino: è accettare di essere maledetti dal potere. Il farlo però non è in funzione di un premio o di una punizione, ne di una sua maggior glorificazione (Gesù, nè Dio qualsiasi cosa egli sia, non ha bisogno della nostra glorificazione!)

Rileggiamo ora le due frasi evangeliche in modo nuovo e più significativo per la nostra vita:

“Non è dalla parte di Gesù (nel senso che non ha compreso il messaggio evangelico nello spirito ma nella lettera) chi non si mette dalla parte della vita contro le opere della morte (guerra, violenza, società capitalista, esclusione dei poveri, egoismo delle relazioni) e che per farlo è disposto ad accettare la croce/l incomprensione e finanche la morte.”

“E’ dalla parte di Gesù dunque chi sceglie la vita intesa come solidarietà/amore per tutti gli uomini/donne e non solo per quelli/e a cui si è legati per vincolo parentale/etnico/di genere. I “nostri” per intenderci…”

Davanti a questo invito così potente  cadiamo spesso due tipi di tentazione.

La prima è una sorta di frustrazione che ci assale davanti a un compito che ci appare troppo alto. Diciamo a noi stessi che siamo troppo deboli, troppo umani, troppo limitati…

La seconda è il tormento deI dubbio (Sarà giusto quello che faccio? Sarà utile? Come farlo?) che hanno sperimentato tutti quelli che hanno fatto scelte d’amore.  In realtà il dubbio certifica la profondità della scelta. Occhio a chi non ha dubbi!

Cosa fare allora per essere umanamente ed evangelicamente autentici?

1)Tenere in considerazione le piccole cose che sembrano inutili. Gocce di esperienza vissuta che messe insieme possono creare una corrente.

Gesù insiste spesso sulla piccolezza del gesto(dare un bicchiere d’ acqua, da mangiare, da vestire) e sulla libertà di perdonare senza necessità di scuse e di spiegazioni. “Và sei perdonato!”. E se guardiamo all’etimologia della parola per-donare vediamo che “per” indica compimento e “donare” significa concedere. Perdonare nella sua radice, significa quindi donare completamente senza condizioni. Dunque senza bisogno di paranoiche dottrine sulla colpa.

2)Pensare di dover cambiare il mondo o se stessi tutti e subito può diventare un alibi. Il bisogno di risultati e l’ansia da prestazione (due malefici prodotti di un mondo dominato dalla tecnologia) possono renderci incapaci di dare un senso anche a ciò che di buono facciamo ogni giorno. Possono costituire un alibi pericoloso perché, togliendo la speranza, ostacola l’impegno personale…

3)Avere pazienza, che non significa camminare comodi, accettare passivamente delle evidenze date (= è sempre stato così!) ma significa non rassegnarsi mai. Il potere certe istituzioni ce l’ hanno perché noi glielo lasciamo, ci siamo adeguati. Abbiamo permesso che dilagasse.

Invece con “pazienza” senza rassegnarsi mai, dobbiamo costruire un altro mondo, dobbiamo dar voce a fatti che mettano in evidenza “la radice profonda” che ci unisce che è la fraternità, intesa come spiritualità e creaturalità…

E soprattutto ci unisce il bene di tutti. Il bene di tutti è la nostra salvezza. L’uomo salvato, che “ritroverà la vita” è quello che ha vissuto costruendo per gli altri. E’ quello che salva la verità (non più costretta nel recinto del sacro) dal potere (anche del sacro).

C’è una verità che ci unisce come uno spirito profondo che possiamo chiamare dio o mistero o amore di cui Gesù è un ostinato annunciatore.

don Paolo Zambaldi

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