domenica, Febbraio 25, 2024

Il ministero ordinato ha ancora senso oggi? Riflessioni pastorali (don Paolo Zambaldi)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

Presento qui il mio intervento al Convegno nazionale della Rete Viandanti “Un buon pastore. Per un nuovo ministero ordinato” (Bologna 30.09-01.10.2023)

Per iniziare questo mio breve contributo all’approfondimento teologico e al dibattito arricchente e stimolante che sicuramente ne nascerà, ritengo che alcune premesse siano necessarie per comprendere meglio la mia prospettiva e il mio percorso umano, spirituale, teologico.

Sono prete da più di sette anni e svolgo la mia attività pastorale principalmente a livello parrocchiale e cittadino a Bolzano (diocesi di Bolzano-Bressanone). Si può tranquillamente affermare che, rispetto alla realtà italiana, io viva ed operi “ai confini dell’Impero” dunque da una terra e da una realtà, culturale e pastorale, di confine… e, per questo, molto particolare! Siamo infatti una diocesi bilingue, anzi, trilingue: tedesco, italiano e ladino. Tre lingue diverse ma anche ambienti sociali, culturali, pastorali differenti, anche se sempre più “meticci”.

Non mi dilungherò più di tanto sull’identità specifica del prete. Di questo si è già parlato ampiamente durante questa giornata e molto verrà aggiunto anche domani. Inoltre credo che tutti noi, essendo nati e cresciuti in Italia, conosciamo abbastanza bene, abbiamo cioè familiarità, con quella realtà che potremo definire, con una parola che continua a non piacermi, “clero cattolico”.

Forse quello che può risultare più interessante per il nostro dibattito e per il cammino comune verso il futuro, credo sia l’analisi di alcuni aspetti problematici che caratterizzano la nostra Chiesa specialmente riguardo al “ministero ordinato”

Che sia una questione estremamente attuale lo dimostra il fatto che è argomento di discussione e di riflessione, per tutti coloro che hanno a cuore la rinascita di una chiesa meno istituzione e più comunità spirituale, dai teologi alle conferenze episcopali, passando per le tante realtà/gruppi “di base” come noi qui oggi.

I temi centrali, attorno a cui ruota questo dibattito, non sono dunque nuovi: li conosciamo tutti! Nuova però è l’urgenza che traspare dalle comunità come conseguenza della diminuzione delle vocazioni e delle giuste rivendicazioni dei laici in generale e delle donne in particolare, riguardo a una partecipazione più responsabile e paritaria nella costruzione della comunità ecclesiale.

Penso in particolare al recente sinodo della Conferenza Episcopale del Belgio e della Conferenza Episcopale tedesca in Germania che esprimono forte preoccupazione perchè questo tema che è diventato assolutamente ineludibile stenta a trovare soluzione.

Quello che voglio sottolineare con forza è che un radicale cambiamento di prospettiva, quando si parla del prete cattolico, dovrà esserci… ma non potrà essere assolutamente inteso come un rimedio per quella che potrebbe essere erroneamente scambiata come un’impasse momentanea. Il rischio è infatti seguire la logica dell’“emergenza”, pensare di essere in tempi difficili (ma passeggeri!), voler attuare misure straordinarie e dedicarsi ad una sorta di lifting per coprire un inesorabile “insignificanza” di determinati ruoli, culti e riti.

Io credo che il cambiamento debba essere invece inteso come un “percorso” e come risposta a una vera esigenza di giustizia, di verità e di fedeltà evangelica.

Un paio di anni fa mi è capitato di leggere un libro scritto da Burkhard Hose, dinamico prete della diocesi di Würzburg (Germania) e persona impegnata verso coloro che vivono ai margini della società. Burkhard è assistente degli studenti universitari di Würzburg e lavora con gruppi che si battono all’interno della società tedesca a favore di chi è emarginato, rifugiato o richiedente asilo.

Questo libro, edito purtroppo solo in lingua tedesca, si intitola provocatoriamente: “Warum wir aufhören sollten, die Kirche zu retten –  Perché dobbiamo smettere di voler salvare la Chiesa”, esprime già nel titolo il concetto che non dobbiamo cadere nella tentazione di salvare la Chiesa in quanto tale e dunque tutto l’apparato cultuale, “sacerdotale”, culturale così come si è posto nei secoli passati. É lo “spirito della Chiesa” che attraversa il tempo e si fa interprete della spiritualità dell’uomo quello che bisogna salvare affinchè non cada nell’insignificanza la potenza del messaggio evangelico. E in questa prospettiva anche il concetto di clero ha fatto il suo tempo.

Voglio evidenziare alcuni punti problematici che vanno presi in considerazione se si vuole veramente costruire un “cambiamento”…

Uno di questi che io colgo, nel mio quotidiano, nella prassi pastorale, relativo alla figura del prete, è la crescente burocratizzazione del suo ruolo. Il prete è sempre più visto come un amministratore o un funzionario, uno che “corre” per tenere in piedi tante cose…. La funzione di annunciare la Parola, di essere testimone della Parola, di essere presente all’interno di una comunità, rischia di scivolare in secondo piano. Spesso si è chiamati a interpretare ruoli che non sono i nostri, si è un po’ amministratori, un po’ ragionieri, un po’ psicologici o assistenti sociali. Il prete è preso, lo ho notato osservando i miei parroci, da un lavoro anche amministrativo oberante, perché quando si hanno due, tre, quattro, cinque o dieci parrocchie (in realtà cittadine o di paese) si creano ancora più difficoltà. Io vengo da una realtà di montagna dove, più che grandi città, abbiamo tanti paesi e questa situazione crea ancora più difficoltà negli spostamenti e nell’essere presenti. Il prete è sempre più un uomo che “scappa” in automobile, un “dispenser di sacramenti”…

Un altro problema è che come preti siamo ancora molto prigionieri del nostro ruolo e del nostro conseguente “potere” (reale o preteso). L’esercizio del potere, l’abbiamo visto anche oggi negli interventi che abbiamo ascoltato, è legato strettamente al ministero ordinato; l’autorità del prete viene direttamente da Dio, o almeno così è percepita: non può essere dunque messa in questione. Il prete è la persona che ha l’ultima parola un po’ su tutto, a volte vuole “essere” ovunque e più spesso viene “richiesto/preteso” ovunque. Da questa “concezione sacralizzata” del presbitero derivano le logiche che hanno portato nel corso degli anni anche all’abuso, abuso di potere. Questo non dobbiamo mai dimenticarlo, perché è un tema centrale ed è un problema forte collegato proprio al “ruolo” del prete. Non si sta parlando per forza di abuso fisico o sessuale (fatto gravissimo mai veramente affrontato!), ci sono anche tipologie molto differenti di abuso (psicologico, morale, culturale), ma esso in tutte le sue forme  ha la sua radice in una visione del prete come depositario del sacro e per questo depositario di un potere “sovra-umano”. Questa “idea di prete”, ha interrotto/falsato/distrutto/violato un rapporto, sano, vitale e creativo, con il mondo laico, un rapporto che ci avrebbe permesso di crescere, di essere parte di una comunità, di non essere soli e sradicati…

Altro problema: oggi molti preti sono prigionieri del loro stato, sono prigionieri in un celibato obbligatorio che ha fatto il suo tempo. Se il celibato è una scelta libera, ben venga, se aiuta a vivere, in modo più completo e più creativo, il servizio alla comunità ecclesiale può essere una cosa bellissima… ma io ho più che qualche riserva, quando si parla di “obbligatorietà”. Per renderlo accettabile si passa da una sorta di spiritualismo un po’sessuofobico o da zoppicanti giustificazioni bibliche: “Gesù non era sposato” ecc… Di fatto questo celibato imposto, “obbligatorio” appunto, è una prevaricazione autoritaria che oggi non ha più ragione d’essere in questa forma.

Spesso il prete cattolico, lo vedo anche tra tanti confratelli, è prigioniero del suo genere, un genere su cui (nella maggioranza dei casi!) non ha mai riflettuto seriamente. Credo che affermare ancora nel 2023, che il prete può essere solo uomo/maschio, offenda un po’ tutti! Offende soprattutto le donne, perchè le conferma esplicitamente (al di là delle belle parole con cui si “impacchettano” questi concetti) come inadatte, come in qualche modo inferiori e nello stesso tempo rafforza il concetto di uomo, inteso come maschio, dominante, necessario, prescelto da un Dio che a sua volta è maschio, dominante e onnipotente.

Un problema veramente importante è che il prete, nel mondo cattolico, è ancora prigioniero di una formazione iniziale carente, superficiale e molto spesso ideologica e questo lo si vede e lo si sente. Sembra che dietro i tanti istituti formativi e i tanti percorsi di preparazione, ci sia un unico scopo: quello di formare dei bravi ripetitori, formare persone che adempiano a un “compito” specifico e che interpretino bene quel “ruolo” imposto. Io vengo da una terra di montagna dove amiamo i biscotti di Natale, che sono fatti con uno stampo, sono tutti uguali, identici fra loro. A me sembra che, per quanto riguarda la formazione del prete cattolico, ci sia un po’ la stessa logica e questo crea poi una serie di problemi. Ad esempio:

a) Fa passare il messaggio che la cultura, intesa in senso ampio, quindi anche quella che travalica la cultura teologica siano cose tutto sommato poco importanti, perché non è quello che richiede in primo luogo la Chiesa; persino un approfondimento biblico, filosofico o teologico sono visti con sospetto perché potrebbero mettere in “crisi” l’apparato. Come se non fosse già in una crisi irreversibile.

b) Sembra che con l’ordinazione il prete abbia finito il suo approfondimento e il suo studio;

c)  Questo lo si nota subito se si mette piede nella maggior parte delle parrocchie: un’offerta inconsistente ed adatta ad un mondo di contadini che non esiste più, una totale incapacità di “alzare il livello” linguistico, culturale e spirituale,  e di conseguenza , un uditorio (i pochi rimasti), che fa pendant con l’offerta… E intanto i più intelligenti, i più volenterosi, i più capaci se ne vanno! Ma la cosa sembra non essere percepita come un problema! E come potrebbe percepirlo un parroco, un consiglio parrocchiale, una comunità inseriti in una struttura che non permette di abbattere ciò che frena la libertà e la creatività dello spirito?

Io, forse per origine territoriale, capacità linguistiche, interessi culturali sono molto vicino al mondo austro-germanico (ma anche al mondo svizzero, belga, olandese) e ho potuto seguire e parlare anche con alcuni partecipanti al sinodo tedesco/Synodale Weg: non tutti, ma tanti di questi temi sono stati messi al centro, perché si è vista la necessità di un cambiamento fondamentale di prospettiva.

Devo dire che, sentendo molti amici “al di là” del Brennero, ci sono molte domande/dubbi sulla Chiesa italiana. Infatti mi viene spesso chiesto: “Ma cosa dice, cosa pensa, come si muove la Chiesa italiana?”. Solitamente cerco di spiegare che all’estero su questi temi c’è una riflessione più libera, più preparata e più indipendente rispetto all’Italia. Noi siamo un po’ più bloccati/controllati e meno capaci di dialogare e confrontarci mettendo in campo dinamiche più serie, più trasparenti, più “orizzontali”, più paritarie.

Dovremmo però renderci conto che noi viviamo in una Chiesa e in una prospettiva cristiana che ormai sono “al capolinea”, surclassate dal progresso sociale ed umano, umiliate (giustamente) dalla scienza, ridicolizzate dalla ragione!

Oggi i piccoli correttivi non bastano più: non è più il tempo, come ho già detto, delle “operazioni di cosmesi”, dei blandi correttivi, dei timidi e prudenti passi!

Oggi dobbiamo, come cristiani e come uomini e donne che vivono nel presente, avere il coraggio di farci una domanda molto importante, fondamentale e darci una risposta assolutamente sincera: il ministero ordinato, così come lo abbiamo conosciuto all’interno della Chiesa cattolica, ha ancora un senso oggi nel nostro mondo, nella realtà così mutata?

Secondo me abbiamo molto da imparare dalle altre tradizioni, in modo particolare dal mondo delle chiese evangeliche, ad esempio una gestione più collettiva e condivisa del potere all’interno delle comunità, l’accesso delle donne a tutti i ministeri, l’abolizione del celibato obbligatorio e l’ordine non compreso per forza come sacramento, ma come servizio alla comunità.  

don Paolo Zambaldi

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