martedì, Aprile 16, 2024

Ripensare Gesù per ripensare la fede (Annamaria Corallo)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

A cavallo tra due mondi

Siamo una generazione fortunata. È vero che vediamo un mondo che collassa, ma abbiamo anche la possibilità di vederne uno che sorge. Il mondo che collassa è quello prescientifico.

Sì, la scienza compare sullo scenario umano nel XVI secolo, col metodo scientifico inaugurato da Galileo Galilei, ma l’immaginario prescientifico continua a segnare ancora oggi gran parte del nostro modo di sentire e vivere.

Continuiamo a dire che il Sole sorge e tramonta, anche se sappiamo che in realtà è la Terra che si muove intorno al Sole. Continuiamo a pensare che le malattie siano conseguenza di qualche colpa, per esorcizzarne la paura, come quando diciamo che, se una persona si raffredda, è perché è uscita senza sciarpa. E questo anche se sappiamo bene che le malattie sono conseguenze di batteri, virus, caducità fisica, ereditarietà e una serie di altri fattori scientificamente osservabili.

Per il resto, siamo uomini e donne del XXI secolo, capaci di avvalerci di tutte le potenzialità che le varie scienze hanno messo a nostra disposizione. Prendiamo l’aereo, usiamo lo smartphone, assumiamo medicinali di ultima generazione.

C’è però un ambito nel quale il nostro modo di pensare è rimasto assolutamente prescientifico. È l’ambito della religiosità. Il nostro modo di pregare e pensare Dio è rimasto praticamente lo stesso nei secoli, non scalfito dagli apprendimenti che l’ingegno umano, dono di Dio, ha offerto alla nostra riflessione.

Il teismo

Il nostro modo di leggere la Bibbia è rimasto sostanzialmente prescientifico, spesso incapace di andare oltre la letteralità delle parole e di contestualizzare il modo di esprimersi di testi redatti moltissimi secoli fa.

Pensiamo ancora Dio secondo categorie che la mente umana ha da tempo riconosciuto insoddisfacenti. Le neuroscienze, la fisica quantistica, le scienze bibliche hanno spinto la teologia oltre i concetti tradizionali, per ripensare Dio in modo più adeguato alla nostra capacità di comprensione del mondo. E ci chiedono di entrare in una teologia diversa.

Pensare Dio in un orizzonte prescientifico significa immaginarlo come una figura fortemente antropomorfica e antropopatica, ossia dalle sembianze e dai sentimenti umani, che abita i cieli e da lì gestisce e controlla il suo creato, intervenendo direttamente per risolvere i problemi che l’ordinaria amministrazione umana delle cose non riesce a sbrogliare. Basta pregarlo e lui interverrà. Così ci troviamo nel cortocircuito di un Dio buono e onnipotente che però non interviene sempre a favore di tutte le nostre richieste. E ci consoliamo immaginando che questo dipenda dal fatto che non meritavamo di essere esauditi.

Questo modo di pensare Dio è definito teista, perché lo identifica con un theòs, che in greco significa appunto Dio, sottintendendo antropomorfico e antropopatico.

In quella visione tradizionale, Dio è Padre in quanto creatore e, per risolvere l’annoso problema del peccato umano, ha mandato suo Figlio, Verbo incarnato, per espiare la colpa che gli esseri umani non sono in grado di emendare e pagare adeguatamente.

Questa teologia sta tramontando inesorabilmente, semplicemente perché non è più comprensibile. Era accessibile ed evidente in un mondo culturalmente assai diverso dal nostro.

Il sistema monarchico giustificava un Dio che agiva come monarca assoluto decidendo quali preghiere ascoltare e quali no, un Dio sovrano ammirato da tutti per aver immolato suo Figlio per salvare i servi. Il sistema patriarcale dava ragione di un Dio pensato come maschio che preferiva una gerarchia esclusivamente maschile. L’ignoranza dei fenomeni naturali rendeva evidente che nei fulmini, nelle pandemie, nei terremoti e nelle carestie agisse direttamente Dio.

Oggi siamo in un assetto democratico, il patriarcato è riconosciuto come un sistema sociale ingiusto e oppressivo per donne e uomini, le conoscenze scientifiche hanno chiarito la reale causa dei fenomeni naturali. Oggi occorre ripensare Dio.

Il posteismo

Occorre capire che la Bibbia parla con il linguaggio e l’immaginario delle persone concrete che scrissero in un contesto storico e culturale antico. Non possedevano la verità assoluta, parola per parola: cercavano invece di balbettare il mistero di Dio, avvalendosi delle proprie povere categorie circostanziali. Queste vanno comprese nel loro orizzonte di senso.

Non possiamo più pensare che la Bibbia possa essere presa alla lettera, non dopo secoli di studi biblici che ci hanno offerto criteri di lettura per scoprire che ogni testo biblico ha uno strato storico, uno teologico e uno spirituale.

Siamo perciò in grado di operare un passaggio teologico, oggi più che mai necessario, superando la logica mitica. In questo senso, parliamo di post-teismo – o posteismo – dove “post” non vuol dire semplicemente “dopo”, ma indica un superamento, un modo alternativo di pensare.

Coglieremo allora Dio non più come l’Essere supremo – che poi era pur sempre un essere in mezzo ad altri esseri – ma piuttosto come il Fondamento dell’essere, l’energia vitale e intenzionale che permette a tutto di esserci e che si lascia intuire e dire proprio dalla coscienza umana. In lui siamo innestati. Come direbbe Paolo di Tarso, secondo il racconto degli Atti degli apostoli:

28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. (At 17,28)

In questa logica, occorre anche ripensare Gesù e il senso della sua figliolanza divina.

Gesù Figlio di Dio

Se Dio non può essere più pensato come l’anziano omone barbuto che abita i cieli, ma è il Fondamento dell’essere, energia vitale e amante, frizzante ed entusiasta, non può esserci un’entità divina ulteriore che assume sembianze e modalità umane incarnandosi.

Ci potrebbe tornare alla mente una pagina del Nuovo Testamento.

14E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. (Gv 1,14)

Quando il vangelo di Giovanni presenta Gesù come il Verbo che si fa carne, sta dicendo che in lui il Verbo di Dio, ossia il suo progetto di compimento, si è fatto storia. Si è reso visibile.

Va qui compreso che il concetto biblico di figliolanza si rifà essenzialmente alla logica della somiglianza.

4Muore il padre? È come se non morisse, perché dopo di sé lascia uno che gli è simile. (Sir 30,4)

Non si è figli esclusivamente perché procreati da qualcuno, ma perché gli si somiglia in modo evidente. In questo senso, Gesù somiglia talmente tanto a Dio da esserne definito figlio. Parlando di Gesù come Figlio di Dio, si sta insomma cercando di presentare la sconvolgente e meravigliosa scoperta che, chi lo incontrava, percepiva in modo intenso Dio stesso. Gesù era trasparenza del divino, perché nella sua vita si intuiva un’umanità completamente aperta al Fondamento dell’essere, che noi chiamiamo Dio, al punto da divenirne visibilità.

E questo perché i criteri di Dio, ossia la vitalità e l’amore, in Gesù erano evidenti.

Le scelte di Gesù

Gesù infatti scelse di stare dalla parte sbagliata della storia, quella dei fragili e degli esclusi. E lo fece esattamente perché il sogno di Dio è la vita piena per tutti e tutte. L’inclusione di coloro che stanno ai margini e il risanamento delle ferite del cuore.

Gesù lo chiarisce all’inizio della sua attività profetica, stando al racconto di Luca, quando nella sinagoga del suo villaggio di origine legge una pagina del profeta Isaia e la dichiara compiuta nel proprio operato:

17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: 18Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19a proclamare l’anno di grazia del Signore. 20Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». (Lc 4,17-21)

Gesù vivrà concretizzando quel programma di misericordia, tenerezza e inclusione.

In una società che considerava nullità i bambini, lui li addita come modelli di apertura a Dio (Mc 9,36-37).

In un contesto patriarcale che relegava le donne nelle case, come custodi del focolare e a servizio di mariti e figli, Gesù chiama proprio le donne a seguirlo (Lc 8,2) e dichiara a Maria, sorella di Marta, che la sequela è possibile anche a lei: è anzi la parte migliore (Lc 10,38-42).

In un tempo di religiosità retta sull’emarginazione rituale dei malati, considerati impuri e dunque da tenere a distanza, Gesù tocca i lebbrosi (Lc 5,13), dialoga con gli indemoniati (Mc 5,1-20), non rifugge il contatto con una donna febbricitante (Mt 8,15).

In un’epoca segnata dalla profonda avversione per gli stranieri, Gesù ammira la fede di un centurione romano (Mt 8,10) e di una donna cananea (Mt 15,28). E dialoga a lungo con una samaritana, che per prima lo riconosce Messia (Gv 4,5-42)

A tutte queste categorie di esclusi Gesù annuncia un tempo di pienezza possibile. Quel tempo di pienezza che egli definiva regno di Dio, ossia la condizione esistenziale nella quale Dio regna nelle nostre vite coi suoi criteri di amore e vitalità.

Gesù condannò aspramente l’operato di coloro che detenevano il potere politico e religioso, col quale opprimevano i fragili:

7Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: 8Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. 9Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini». (Mt 15,7-9)

Lungo tutta la sua vita, Gesù espresse al massimo la propria umanità: accanto a lui la gente sentiva rinascere la propria energia interiore. Non è forse questo il senso dei miracoli, una volta liberati dalla logica mitica con cui furono narrati? Nel mio libro GeSùperman ma anche no, presento in dettaglio questo aspetto.

Gesù concluse la sua vita su una croce, con parole di perdono per chi lo aveva condannato a una morte infamante (Lc 23,34), manifestando un’umanità riconciliata e riconciliante.

E fu l’amore a guidare le sue scelte, perché sentiva e sapeva che Dio è amore (1Gv 4,8).

Esplicitò quel senso attraverso i segni del pane e del vino che, durante una cena di addio col proprio gruppo discepolare, definì come il proprio corpo e il proprio sangue dati per vivere con coerenza l’annuncio liberante di un Dio che ci ama per quello che siamo e, proprio in forza di quell’amore gratuito e rigenerante, ci spinge ad essere tutto il meglio che possiamo essere. Ancora oggi celebriamo quei gesti in un rito che ci riporta al coraggio e alla tenacia di Gesù, inserendoci nella logica dell’amore.

Gesù è entrato definitivamente nella vita di Dio, nell’abbraccio amante e vitale di quel Dio che sapeva Padre e del quale parlava come di una Madre. È l’evento che la comunità delle origini definì risurrezione e narrò con categorie mitiche, chiare ai propri interlocutori e interlocutrici. Questo aspetto cruciale della nostra fede è stato oggetto di approfondita riflessione nel mio libro Croce e delizia, al quale rimando.

Gesù si offre a noi come modello di una umanità realizzata. Egli è il Figlio di Dio. Ma non vuole essere figlio unico. Sapeva infatti che la sua esperienza non era una sua esclusiva, ma fungeva invece da apripista. Per questo disse:

12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste. (Gv 14,12)

La scuola paolina definirà Gesù come il

15primogenito di tutta la creazione. (Col 1,15)

Dunque Gesù è Figlio di Dio, ma nella logica del primogenito. Anche noi siamo figli e figlie di Dio, chiamati a manifestare con la nostra vita la bellezza del Dio amante e vitale che vuole la nostra felicità.

L’opportunità di partecipare al cambiamento

Siamo davvero una generazione fortunata. Non solo assistiamo al tramonto di un mondo vecchio, ma vediamo gli albori di un mondo nuovo. Possiamo potenziare questa fortuna compiendo il passaggio da un mondo mitico prescientifico ormai tramontato e il mondo che oggi il Dio della vita ci dona come il nostro mondo.

Questo passaggio teologico è alla base di ogni altro processo di riforma ecclesiale.

Sta alla base del modo di celebrare la nostra fede e di intendere la preghiera. Se Dio non è colui che interviene puntualmente nella storia umana, ma lascia che noi agiamo efficacemente per trasformarla, la nostra preghiera di richiesta non fa che ricordare a noi cosa ci sta a cuore e chiederci come conseguirla. Riscopriremo allora la preghiera di contemplazione, che ci fa osservare l’amore di Dio e ci spinge a viverlo. Su questo tema, richiamo pensieri già presentati in questo mio contributo.

Il modo di pensare Dio ha conseguenze dirette anche sul modo di sentire e vivere la Chiesa. Se Dio è il monarca assoluto che abita i cieli, la Chiesa può avere una conformazione e un’organizzazione piramidale. Se invece Dio è il Fondamento dell’essere, energia vibrante e potente che si esprime in tutte le sue creature, ciascuno e ciascuna di noi può sentire la responsabilità di fare la propria parte, contribuendo alla crescita della Chiesa e della società.

Annamaria Corallo, 30 Marzo 2022 

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1 commento

  1. I concetti espressi da Annamaria Corallo sono interessantissimi e molto aderenti ad una visione di fede che per molti aspetti abbraccio. Mi viene una domanda di “senso ultimo” legata a quelle che sono poi le attese escatologiche contenute nella nostra fede: la lettura proposta non potrebbe essere una sorta di “demitizzazione” che lascia sguarnito il fedele? Cosa ci attende dunque se tutto ha un fondamento diverso? La nostra risurrezione è solo una sorta di “rigenerazione” in questa vita? Con ciò non voglio dire che di fronte ad una lettura più corrispondente al pensiero contemporaneo (nel quale mi ritrovo pienamente) sarebbe meglio “tenersi il mito”… Sarei molto interessata ad una risposta. Grazie!

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