giovedì, Aprile 18, 2024

Trinità come simbolo (P. Paolo Gamberini SJ)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

Non sembra un caso che due grandi religioni, tanto diverse quanto lontane, parlino di Dio in chiave trinitaria.

La Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo) nel cristianesimo, e la Trimurti (Brahma, Vishnu e Shiva) nell’induismo – al di là del profilo di ognuna di queste religioni – sembrano rispondere alla stessa intuizione e andare nella stessa direzione: la divinità è relazione; ciò che è, il fondo ultimo della realtà è la relazionalità.

Il problema sorge quando l’intuizione è oggettivata e, in un certo senso, è reificata. Perché, così facendo, anche inconsapevolmente, Dio diventa un oggetto a misura della nostra mente.

Il motivo non è difficile da spiegare: dato il nostro carattere “personale”, siamo portati a “personalizzare” il divino, facendone un “Tu” a nostra immagine e nel quale riponiamo fiducia e sicurezza.

Per noi è più difficile rimanere in silenzio di fronte al Mistero. E ancora di più, riconoscere che questo Mistero costituisce la nostra ultima identità. Si tratta, per chi si sente motivato a farlo, di percorrere il sentiero che va dalla credenza alla comprensione esperienziale di ciò che siamo. Quando ciò accade, non c’è difficoltà a continuare ad esprimersi attraverso i simboli, ma senza cadere nella trappola di oggettivarli.

Ciò che siamo, nella nostra profonda verità, è relazione. Il che è un altro modo per dire che il reale è uno, che la realtà è non duale: tutto ciò che percepiamo -noi compresi- sono “forme” intimamente e inestricabilmente interconnesse, proprio perché non c’è nulla di separato da nulla, nel “Comune e unico Fondo” che condividiamo: quel Fondo, che le religioni hanno chiamato “Dio” e di cui hanno cercato di balbettare per simboli.

P. Paolo Gamberini SJ

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