giovedì, Agosto 18, 2022

Intervista a Najwan Darwish, poeta e scrittore palestinese – più nulla da perdere (Confronti)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

Najwan Darwish è nato a Gerusalemme nel 1978. Dalla pubblicazione della sua prima raccolta, nel 2000, le sue opere sono state tradotte in venti lingue. Più nulla da perdere (Il ponte del sale, 2022) è la sua ultima raccolta di poesie tradotte in italiano.

Una delle ambizioni del poeta palestinese Najwan Darwish è «frantumare i confini tra le identità, coglierne gli elementi comuni e attraversarle» con la leggerezza e l’apertura di chi si è liberato del marchio dell’appartenenza e ha abbracciato il mondo intero. Nella sua seconda raccolta pubblicata in italiano Più nulla da perdere (Il ponte del sale), tradotta e curata da Simone Sibilio e con la prefazione di Franca Mancinelli, il poeta dichiara da subito la sua rinuncia alle frontiere e il suo inglobare in sé una geografia ampia. Najwan Darwish, nato a Gerusalemme nel 1978, non si sente soltanto arabo, ma anche curdo, egiziano, iracheno, ebreo. Nella poesia in prosa che apre la raccolta, Carta d’identità, incontriamo il poeta libero dal fardello identitario che sceglie di rendere visibili tracce di passato attraverso il presente e dà il benvenuto al lettore con titolo che evoca l’omonima poesia di Mahmud Darwish (1941-2008), considerato il più grande poeta palestinese del quale porta il cognome pur non essendogli imparentato.

Considerato una delle voci poetiche più originali della sua generazione a livello internazionale, Najwan Darwish, tra gli ospiti  dell’edizione 2022 di Ritratti di poesia a Roma, utilizza forme, registri, toni diversi. Più nulla da perdere, raccolta uscita nel 2015 negli Stati Uniti con il titolo Nothing More to Lose, è suddivisa in sette sezioni e comprende testi scritti tra il 1998 e il 2013 sia in versi, sia in prosa. La sua poesia incarna il giusto equilibrio tra tradizione e modernità, mescola riferimenti storici e religiosi, sia biblici sia coranici, contiene l’urlo dell’umanità oppressa e calpestata dal potere ed è attraversata da una ironia lucida e spiazzante.

Najwan, cosa rappresenta per lei l’identità? 

Le identità sono rappresentazioni costruite. Potrei dire che sono contro l’idea di identità. Uno dei problemi delle identità è che talvolta si trasformano in gabbie per chi le possiede o prigioni in cui porre il prossimo. Una delle mie ambizioni è annullare i confini tra le identità e attraversarle. Penso che ogni poeta abbia il compito di rendere manifesto che l’esperienza umana è unica.

Quanto il cognome che porta ha condizionato le sue scelte?

Non ha avuto un grande impatto. Quando ero giovane pensavo che sarei diventato molto più importante di Mahmoud Darwish! Forse, se mi fossi reso conto della sua importanza, avrei scelto uno pseudonimo. Ma non è andata così! Pur condividendo con lui il cognome e il paese di origine, facciamo parte di due famiglie poetiche diverse. I poeti sono come alberi e crescono sulle proprie radici, e noi abbiamo radici diverse. Abbiamo una sensibilità poetica diversa e abbiamo scritto cose molto diverse. Mahmoud Darwish non è tra i miei poeti preferiti e non ho letto tutti i suoi libri. Ho preso decisioni nella vita opposte alle sue. Abbiamo una differente relazione con il potere e una differente visione del ruolo del poeta. A me non piace l’idea del poeta nazionale e nazionalista che si erge a campione dell’identità nazionale. Guardo sempre con sospetto il potere di turno e mi trovo spesso a contrappormi al potere e, per quanto riguarda la poesia, mi contrappongo anche alle autorità poetiche. Non mi definisco neanche poeta. Ho pudore. Definirsi poeta è presuntuoso. I poeti che pensano di essere grandi star mi fanno ridere, ci scherzo su.

Quindi la sua Carta di identità le è servita per prendere le distanze da Mahmud Darwish? 

Quando ho scritto la poesia non avevo in mente Mahmud Darwish, mentre c’è malizia nella scelta del titolo. Mi sono ricordato della sua celeberrima poesia e l’ho citata nel titolo, ma fare un confronto tra le due poesie non sarebbe giusto perché lui l’ha scritta quando era molto giovane in un’altra situazione storica. Io l’ho scritta in età più matura e in un’altra epoca. Le due poesie nascono da esigenze diverse. La sua poetica negli anni si è evoluta e ha superato i limiti che si possono trovare in Carta di identità. Se in quel testo si poteva riscontrare un’ottica ristretta dell’identità, forse in epoca più matura avrebbe scritto un’altra cosa. Allo stesso modo io, riscriverei in maniera diversa la mia Carta d’identità a dieci anni di distanza da quando il testo è nato. Anche se sembra ancora rappresentare un’identità ampia, è molto più limitata dell’idea che ne ho oggi.

Quali sono stati i suoi riferimenti poetici?

Sono stati tanti. Affondano in poesie scritte in tante lingue e in tante culture e risalenti a tante epoche storiche. Ho amato molto la poesia preislamica. Mi sono confrontato con tanti poeti e tante correnti poetiche. Le mie sfide hanno riguardato maggiormente il far incontrare tradizioni poetiche diverse e farle comunicare tra loro. Mi sono dedicato alla scoperta delle relazioni che intercorrono tra correnti poetiche distinte e sono stato guidato anche dal rifiuto dell’egemonia di qualsiasi tradizione poetica.

Qual è l’influenza nella sua opera delle voci delle cantanti, come Umm Kulthum alla quale dedica la poesia in prosa L’obelisco?

L’influenza della musica e delle voci delle cantanti come Umm Kulthum e Fairuz è stata grande, importante. Le canzoni rappresentano un punto di riferimento della mia poesia. I musicisti sono poeti. Dal mio punto di vista, una cantante quando canta sta facendo una composizione poetica. Penso che la musica sia una delle meraviglie della cultura araba del ‘900. È La più grande influenza culturale del secolo e l’aver potuto registrare certe voci e poterle riascoltare è stato un dono per l’umanità. Nei momenti bui, quando ho pensato che la mia vita non fosse felice, ascoltavo una canzone di Umm Kulthum e pensavo: «È valsa comunque la pena essere venuto al mondo».

Lei afferma che il poeta è anche uno storico. Cosa intende?

Il poeta è uno storico perché la poesia è figlia della coscienza storica. Per essere un poeta bisogna avere una coscienza storica. Questo non significa conoscere solo la storia delle culture delle civiltà, ciò che conta è cogliere il movimento delle genti, l’esperienza umana nella storia. Il poeta deve porre la sua attenzione sull’esperienza della vita. Certo, lo storico si occupa sulle stesse dinamiche, quindi possiamo dire che il poeta è uno storico non ufficiale e che, in qualche occasione, ha anche il compito di rispondere e contrapporsi alla storia ufficiale.

Quando ha scoperto di avere empatia verso l’umanità? 

Quando ero bambino. Ho notato un amore quasi pazzo per la giustizia. Penso che la maggior parte delle persone condividano con me questa sensibilità, poi ci sono persone che la sviluppano e altre che la annientano. Succedevano piccoli episodi che ai miei occhi apparivano grandi. Mi ha molto colpito vedere persone punite senza colpa. Purtroppo ancora oggi vedo persone punite per colpe mai commesse.

Che prova oggi assistendo a una nuova guerra, in Ucraina?

Il mondo è malato da secoli e le guerre sono le manifestazioni della malattia. Il male non è la guerra in sé. Il problema sono le relazioni internazionali e gli interessi su cui sono basate che continueranno a produrre altre guerre. Quando vediamo un leader corrotto, oppressore, pazzo, tiranno, dobbiamo ricordarci che tante persone hanno contribuito alla sua ascesa. Nessuno è innocente nelle guerre.

Articolo pubblicato originariamente su Confronti.net

Intervista a cura di Francesca Bellino. Giornalista e scrittrice.

http://www.bocchescucite.org/intervista-a-najwan-darwish-poeta-e-scrittore-palestinese-piu-nulla-da-perdere/

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