venerdì, Luglio 1, 2022

Futuro del cristianesimo. Cristianità, religione e vangelo (don Paolo Cugini)

Don Paolo Zambaldi
Don Paolo Zambaldi
Cappellano nelle parrocchie di Visitazione, Regina Pacis, Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano).

Dove il cristianesimo svanisce ritornano le forme pagane (Chantal Delson)

Quali sono gli elementi che ci possono indurre a pensare che l’epoca della cristianità è finita? In primo luogo, il fatto che la Chiesa non incide più nella società, non è più un tutt’uno con essa. La cristianità ha modellato per secoli la società al punto che anche i riti religiosi erano parte del tessuto sociale, che identificava un popolo. Oggi, chiaramente e, possiamo tranquillamente dire, fortunatamente, non è più così, al punto che molti si dichiarano atei. Anche coloro che si dichiarano credenti, hanno una scarsa partecipazione alla vita religiosa. La cristianità è stata l’involucro che ha ricoperto dall’esterno la cultura occidentale, ne ha plasmato anche alcuni valori, ne ha dato un’identità, nel bene e nel male.

Com’è potuto avvenire questo crollo epocale, questa fine di uno stile sociale così significativo? Sono tanti i fattori che contribuiscono ad offrire elementi per questa risposta. Si tratta, senza dubbio, di un cambio epocale, di un cambiamento di paradigma che, per avvenire, necessita della convergenza di quei fattori che l’avevano caratterizzata. La fine della cristianità porta via con sé un tipo di cristianesimo, un modo di pensare e di vivere il rapporto con Dio. Dopo il IV secolo d.C. la distanza dalle fonti della prima comunità cristiana segna il passo dell’avvento della cristianità, che s’identifica progressivamente con una forma politica e sociale: il Sacro Romano Impero. Del cristianesimo primitivo, cioè quello delle origini, rimangono i contorni esterni, assieme ad alcuni contenuti, che acquisiscono significato per il servizio che offrono al mantenimento di una specifica impostazione culturale.

I temi del peccato, della salvezza, assieme a quelli del pentimento, della conversione e della penitenza, temi evangelici ma svuotati del loro significato profondo e, soprattutto, sganciati dal messaggio di misericordia di Gesù, sono serviti per secoli a mantenere il popolo ignorante sottomesso al potere della Chiesa. La cristianità è stata dunque una religione asservita al potere politico, che ha creato un sistema di riti, una liturgia, una morale e una teologia in grado di mantenere il popolo sottomesso, in perenne senso di colpa, necessitato del perdono, che solo i funzionari della Chiesa potevano elargire. Peccato, colpa, penitenza, salvezza: sono i temi che hanno modellato la cristianità, la sua struttura politico-sociale. Non è un caso che, una volta crollata l’impalcatura esterna della cristianità, gli stessi contenuti da lei elaborati e propugnati, si sono svuotati di significato e la gente si è allontanata da quella struttura, che la teneva sottomessa.

Se la cristianità come struttura sociale è svanita in poco tempo e nessuno ne sente più la mancanza, ben diversa è la situazione su piano prettamente religioso. Secoli di riti, predicazioni, liturgie segnate dal tema del peccato e della paura dell’inferno, hanno lasciato un segno profondo nella coscienza del popolo religioso, hanno plasmato una mentalità. Non è bastato il Concilio Vaticano II a scalfire il disastro spirituale perpetrato nel periodo della cristianità. Non sono bastati i contributi delle più avanzate ricerche teologiche, esegetiche e storiche, per dimostrare come tutto quello che era stato spacciato per cristiano, in realtà non era altro che un grande inganno, una grande impostura, la grande invenzione di una religione a servizio del potere. Secoli di inchini, di turiboli, di culti dal linguaggio incomprensibile per la maggior parte, hanno fatto credere in modo definitivo che la religione proposta dal Vangelo aveva quella specifica forma. E così, mentre le cattedrali vengono chiuse e molte chiese vendute perché i fedeli le hanno abbandonate, permane la religione che la cristianità ha plasmato.

Basteranno ancora pochi decenni per spazzare via i detriti di questa religiosità per fare posto al Vangelo? La risposta non è facile. Di certo, quello che si vede oggi, è la resistenza di coloro che non vogliono perdere la loro identità plasmata dall’epoca della cristianità. Questo è il problema centrale. Chi identifica la proposta di Gesù con quella specifica forma religiosa non accetta il cambiamento. E così assistiamo al ritorno delle talari, delle liturgie pontificali, dei prelati che con discorsi duri dimostrano che vogliono ancora contare. In realtà, questo stile religioso, non dice più nulla alla società, serve solo ai pochi adepti, chiuso in loro stessi, per paura di quello che accade fuori. Ciò che invece si sta delineando, è lo spazio per un nuovo modo di vivere il Vangelo ed è proprio su questa nuova possibilità che va posta l’attenzione.

 

Paolo Cugini 09/02/2022.

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 6 del 19/02/2022

Paolo Cugini è parroco di quattro parrocchie nella campagna bolognese

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